SOTTO UN CIELO D’EGUALI STELLE: DONNA E GIUSTIZIA SOCIALE

Jeanne Hebuterne with hat and necklace, Modigliani
Jeanne Hebuterne with hat and necklace, Modigliani

La fabbricazione di un cappello può nascere da variegate necessità, bisogni riscaldanti o occultatori di calvizie, delizie visuali o dilettevoli addobbi. Ciascun uso poi, ne distingue forma, foggia e materiale, quel che non muta, è l’essenza in sé dell’oggetto, percepito inequivocabilmente come “cappello”. Al pari delle insegne individuanti i giorni. Un lunedì, prescindendo dall’evocazione lunare, sarà comunque genericamente riconosciuto, come primero dia in settimana e il 24 dicembrino d’ogni 365, Vigilia, comunque. Come, in ogni caso, ulteriormente prescindendo dalle origini storiche, reali o millantate, una ricorrenza, rimarrà comunque tale, semplice “festività”. In prossimità dell’evento che quasi un secolo indietro celebrava la russa “giornata dell’operaia”, convertita in memoriale d’una strage non precipuamente documentata, in prossimità dunque dell’8 marziale diamo sfogo a ulteriori, forse impopolari, pensieri. Una giornata per ricordare la valenza terrena d’una percentuale quasi maggioritaria d’umanità mondiale, una giornata, Una, dedicata alla figura femminile. Una, ricordante la Donna come minoranza vessata, al pari di svariate altre minoranze discriminate alle quali si è ritenuto adeguato, dare tributo con la santificazione in calendario. Un giorno. Uno solo, di mimose e auguri. Le ottimiste e gli ottimisti li riterrebbero, gli auguri, speranza auspicante un cambiamento di rotta, invertente il retrogrado machismo in funzione d’una effettiva parità, ma le stime, passate e odierne, annoverano ancora stipendi ridotti, discriminazioni nelle assunzioni, individuazioni categorizzanti, svilenti, della Donna non considerata come individuo ma in quanto “categoria a parte”. Una quota rosa in un oceano, un puntino, sballottato dalle perbenistiche maree sfruttanti l’escatologia vittimistica. Diritti percepiti come concessioni, “doni” quasi, di una millantata parità lungi, ancora, dall’essere pienamente concretizzata. È certo, che avanzamenti in tale campo siano stati prodotti, e la mente suffraga la scalata in una veloce, sicuramente riduttiva, carrellata d’immagini osservanti “l’evoluzione” della presenza storica femminile: dalle culture matriarcali pre-cristiane ove la donna era fulcro della comunità, ventre produttivo, femminino sacro, dirigente, diremmo noi oggi, d’una struttura sociale, alla progressiva marginalizzazione biblica, giacché appendice, costola d’un individuo nato dalla terra. Un’Eva contrastante la precedente Lilith demonizzata in Lilitu, perché libera, opponentesi al concetto sub-mittente e perciò eternamente libera, benché cristianamente demoniaca. E ancora, da appendice a nemica medievale, megera asservita alle “vili arti luciferine”, portatrice di un levis animus che la renderebbe, secondo i dotti dell’epoca, pari quasi a banderuola o inetto.

Lilith e Eva
Lilith e Eva

La modernità ha contribuito all’inquadramento razionale della figura femminile in quanto umano essere, senziente, al pari d’ogni altro umano essere, con le opportune diversificazioni pro-caso. Ma quanto, viene da chiedersi, a oggi, una pari dignità può essere realmente ammessa come tale se per affermare i diritti di una Donna si necessitano ancora giornate ad hoc, se per ribadire la necessità di una parificazione devono essere lanciati appelli, raccolte firme, se risulta necessario apportare “scolarizzazioni” nei confronti di soggetti ostinati a inquadrare, ancora oggi, la donna come cornice d’un retrogrado sistema, vittima di una ghettizzazione di genere ancorata a un più generico sistema classista, di per sé ghettizzante e relegante verso ogni Categoria inquadrata come tale. Nel momento in cui un gruppo di soggetti manifestanti similari caratteristiche è incorniciato con attribuzioni, viene “qualificato”, si opera in realtà una “dequalificazione umanitaria”, una riduzione dell’individuo a semplice membro di un genus ristretto, secondo le circostanze, individuabile come vittima, nemico, infermo. Il caso della donna, delle donne, non è differente, e la questione non deve essere indirizzata, ritengo, in atmosfere “estranee”, evocanti veli o burqa (che sarebbero argomenti prettamente culturali ma che divengono limitanti nel momento in cui assurgono a violenta imposizione), o variamente religiose. Considerando il quadro generale, l’uso di motivi, giustificanti la relegazione, assume la semplice veste di giustificazione o scusa, in confronto ad un fenomeno, quello della relegazione femminile attinente invece a uno squadrismo secolare che nelle generazioni si è saldato in “fanatismo di genere”.

Illustrazione raffigurante "Il rogo di una strega"
Illustrazione raffigurante “Il rogo di una strega”

È pur vero che progressi non sono mancati, lo abbiamo scritto e qui ribadiamo, e che l’orientamento ufficiale sembra essere proiettato verso un assorbimento progressivo della parità di genere ma perché ciò accada, in modo pieno, saranno necessari interventi socio-culturali, giuridici, diversamente calibrati secondo le attuali culture. Saranno, ancora una volta, necessarie manovre di “scolarizzazione” per contrastare l’ignoranza e l’egoismo machista, per permettere alla donna stessa di prendere realmente consapevolezza della propria essenza, scevra da identificazioni mistificanti, indotte da slogan, réclame o fanatiche imposizioni. Sarà fondamentale eliminare ogni tipologia d’eccesso violento, da ciascuna parte, e indispensabile, in sintesi, un’attivazione globale, a tutto tondo, verso il raggiungimento di una completa percezione dell’individuo perché individuo, percezione che dovrà essere portatrice di una realtà depurata da ogni meccanismo classificante, produttore di anacronistiche limitazioni ghettizzanti, una realtà orientata verso principi egualitari catalizzanti una tangibile giustizia sociale.

Quadro, Blind Justice
Quadro, Blind Justice

Goylì Goylà

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