LIMITI E DELIMITAZIONI

 

(Tano Festa, Finestra sul mare, Villa Margi, 1989)
(Tano Festa, Finestra sul mare, Villa Margi, 1989)

 

Il limitare è confine delimitato, non limitante, non congestionato. Il limitare è un seguito indistinto di seguitanti fili, fiumi, frane. Il limitare è un non limite che delimita lo sguardo nel fluviale fluire degli eventi. Il limitare è una tendenza infinita, in sé compiuta. Otto orizzontale.

 

Freccia, filo, ferro, frana.

 

Il limitare è il franare oltre il delimitato, nell’avanzata immaginifica di uno sguardo non spento, attivo. Non attivo, vivo. Non vivo, serpentino, cangiante, evolvente, maturante, trasfigurato e trasfigurante.

 

(H. Bosch, particolare da Il giardino delle delizie)
(H. Bosch, particolare da Il giardino delle delizie)

 

Lo sguardo è constatazione del limite. No. La vista è mera constatazione, lo sguardo è percezione delle possibilità oltre il limite. Oltre la stasi, l’inerzia, la radicata umidità. Oltre il radicale contenuto d’un vuoto substrato. Ebbro di sali e radici, e spore. E funghi. Umido, come solo l’umida essenza genera neri. Violento, come solo la frustrata nebbia sa essere.

Nera.

Come nero è il sapore del buio e del vuoto. Vuota, nella speranza cosmogenetica. Oltre. E ancora oltre. La creazione e il creato.

Oltre.

L’imposizione limitante d’un delimitato limitare.

 

(Funambolo)
(Funambolo)

Goylì Goylà

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“GOT LIFE”

 

 

(Pics from Yellow Submarine, Beatles)
(Pics from Yellow Submarine, Beatles)

 

 

There’s a snake under the                                       Un ofide giace nel substrato

skin, a changing snake                                                 epiteliale, un mutante ofide

which flows through                                                       scivolante tra

 

veins and hair, a changing                                         vene e chiome, un mutante

river which counts every                                              fiume  in conta, d’ogni

swing upon rocks or teeth                                              oscillazione su rocce o denti

 

A rock which rolls over                                              una roccia rotolante oltre

the sky asking why                                                    la volta in pandorica domanda

it could be not a plane.                                              verso l’essenza planante.

 

 

(Uroboro, the circle of Life and Death)
(Uroboro, the circle of Life and Death)

 

 

A plane, died on a necklace                                        Un velivolo, defunto in collana

around a young boy’s neck                               circondante il collo d’un giovinetto

a young boy who grows up                                             fanciullo crescente

 

And becomes a blue bird,                                          che diviene  piumato zaffiro,

flying to a blue orchid,                                              in volo verso un’orchidea blu,

blooming on a far land,                                                        in fiore nella distante terra,

 

a desertic, far land where a                                       desertica, distante terra dove

changing snake is flowing, now                          il mutante ofide scivola, adesso

and n/ever, through veins and hair                                e non/mai, tra vene e chiome

 

of every Adam and Woman who                                        d’ogni Adamo e Donna

decides to change skin                                                   metamorfente verso

and got life.                                                                        la vitale acquisizione .

 

 

(Diefenbach, Per aspera ad astra)
(Diefenbach, Per aspera ad astra)

Goylì Goylà

“IL TEMPO DEL KAIROS” O LE FUGGEVOLI OPPORTUNITA’

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Montre molle au moment de sa premiere explosion, S. Dalì (1954)

 

 

Raffigurare mentalmente un concetto astratto può essere impegnativo atto, variabile, cangiante come le acque scorrenti in fiume o un disco-arcobaleno in rotazione. Se tra tali concetti decidessimo di assumere come fulcro, per l’oculo osservante, l’elemento tempo probabilmente, di primo acchito, saremmo condizionati dall’iconografia classica, un vegliardo, canuto con teschio in palmo o una clessidra dalla sabbia in movimento. Tra le prime immagini generabili potrebbe emergere anche un torrente, ripetente l’eracliteo panta rei(1), come destino permeante l’inevitabile scorrere. Un’attività, quella dello scorrere, costituita da variegati momenti, fluidi per costituzione, un insieme di istanti irripetibili, mai del tutto eguali.

Come il concetto stesso, di tempo. Chronos e Kairos appartengono ad un identico genus ma rappresentano differenti specificità. Anche  Aion. Il primo, il passaggio “storico”, quantità logico – consequenziale delle tre fasi temporali, archetipo dello scorrimento. Aion è eternità, inesauribile generazione, serpente divoratore del sé, ciclico Aurin(2), Uroboro. Differente da entrambi è Kairos o ricerca del momento opportuno, propizio. La buona occasione, qualità del verbo definente l’essenza dell’occasione stessa. Un’attesa, spesso sbeffeggiata, “perdente” rispetto i grandi temi fratelli e al tempo stesso beffarda. La fortuna dei Carmina Burana(3) dal ciuffo frontale, posteriormente calva. Eppure il Kairos è il tempo che attende se stesso, attende una interpretazione positiva del sé che possa essere “posta”, concretizzata in opportunità. È tempo di speranza, forse, di slancio e prova. È l’occasione che diventa manifestazione, in realtà scevra da una esatta, definita indicizzazione poiché appartenente all’inafferrabile. Concetto non separabile dall’assioma greco, forzosamente contestualizzato in moderne e contemporanee ere. È giovinetto dai calzari alati, veloce nella fuga, illusoriamente raggiungibile. Quel tempo “divino” in cui ogni cosa può accadere, il tempo della crisi di Tillich(4) donante opportunità.

Le definizioni che inseguono il Kairos sono plurime e parziali proprio per il suo essere mediano termine tra tempo e azione, non dipendente dal caso, eppure condizionabile, gestito dal singolo ma suscettibile all’avanzata delle contingenze. Ciascun individuo vive la triplicità temporale secondo il proprio, personale modo di relazionarsi con il tempo, abitando la quotidianità, programmando futuri eventi con sguardi variamente malinconici ai giorni trascorsi, pensando e pesando l’eternità, nelle varie configurazioni, ideologiche o religiose, alternando concetti annichilenti o danteschi alla retificazione energetica per una spiritualità onnipresente.

Tutti, egualmente coinvolti nel continuo divenire, tutti, diversamente interpretanti i percorsi eppure tutti in continua attesa, una “sospensione” che non è mera stasi ma ricerca, aspirazione, tendenza nel senso primo del termine, di estensione verso qualcosa che, per propria volontà, karmica incidenza o mista attuazione produrrà (forse) una ferma presa del volatile corridore, proteiforme Kairos dalle “umanamente divine” possibilità.

Kairos, particolare affresco, Francesco Salviati (Roma, XVI sec.)
Kairos, particolare affresco, Francesco Salviati (Roma, XVI sec.)

Goylì Goylà


(1) Panta Rei, “tutto scorre”, dottrina del divenire di Eraclito di Efeso (535 a.C.-475 a.C.);

(2) Aurin, qui in riferimento al simbolo de La Storia Infinita (Michael Ende);

(3) Carmina Burana, testi poetici medievali (XI-XII sec.) contenuti nel Codex Buranus;

(4) Paul Tillich, teologo protestante anti-nazista (1886-1965).

YOVEL: THE FIDDLER’S COAT OR DOOR

Marc Chagall, The Fiddler, 1913
Marc Chagall, The Fiddler, 1913

 

La percezione d’un occhiello,

spiraglio o sospiro

tra mogano e metallo.

 

La percezione. Occlusa in

luciferi mattoni

lambenti curve, maldestre

poltrone.

 

Un cappotto. Pende in gruccia

sporto sul

balconale  filo o murata

porta, oscilla, in triplice

andatura.

 

Symols, Led Zeppelin
Symbols, Led Zeppelin

Per ogni respiro inalato

cromatiche le divergenze

convergono in forma.

 

Per ogni passo, sospirato

un cappotto pende,

sporto sul balconale filo

delle contingenze.

 

Sporgono, ariete e capricorno, in apertura.

Uscita o entrata, giubilare

varco, porta

verso l’ultimo zeppelin

o aerea percezione.

 

William Rimmer, Evening: the fall of day, 1869/70
William Rimmer, Evening: the fall of day, 1869/70

Goylì Goylà

SOTTO UN CIELO D’EGUALI STELLE: DONNA E GIUSTIZIA SOCIALE

Jeanne Hebuterne with hat and necklace, Modigliani
Jeanne Hebuterne with hat and necklace, Modigliani

La fabbricazione di un cappello può nascere da variegate necessità, bisogni riscaldanti o occultatori di calvizie, delizie visuali o dilettevoli addobbi. Ciascun uso poi, ne distingue forma, foggia e materiale, quel che non muta, è l’essenza in sé dell’oggetto, percepito inequivocabilmente come “cappello”. Al pari delle insegne individuanti i giorni. Un lunedì, prescindendo dall’evocazione lunare, sarà comunque genericamente riconosciuto, come primero dia in settimana e il 24 dicembrino d’ogni 365, Vigilia, comunque. Come, in ogni caso, ulteriormente prescindendo dalle origini storiche, reali o millantate, una ricorrenza, rimarrà comunque tale, semplice “festività”. In prossimità dell’evento che quasi un secolo indietro celebrava la russa “giornata dell’operaia”, convertita in memoriale d’una strage non precipuamente documentata, in prossimità dunque dell’8 marziale diamo sfogo a ulteriori, forse impopolari, pensieri. Una giornata per ricordare la valenza terrena d’una percentuale quasi maggioritaria d’umanità mondiale, una giornata, Una, dedicata alla figura femminile. Una, ricordante la Donna come minoranza vessata, al pari di svariate altre minoranze discriminate alle quali si è ritenuto adeguato, dare tributo con la santificazione in calendario. Un giorno. Uno solo, di mimose e auguri. Le ottimiste e gli ottimisti li riterrebbero, gli auguri, speranza auspicante un cambiamento di rotta, invertente il retrogrado machismo in funzione d’una effettiva parità, ma le stime, passate e odierne, annoverano ancora stipendi ridotti, discriminazioni nelle assunzioni, individuazioni categorizzanti, svilenti, della Donna non considerata come individuo ma in quanto “categoria a parte”. Una quota rosa in un oceano, un puntino, sballottato dalle perbenistiche maree sfruttanti l’escatologia vittimistica. Diritti percepiti come concessioni, “doni” quasi, di una millantata parità lungi, ancora, dall’essere pienamente concretizzata. È certo, che avanzamenti in tale campo siano stati prodotti, e la mente suffraga la scalata in una veloce, sicuramente riduttiva, carrellata d’immagini osservanti “l’evoluzione” della presenza storica femminile: dalle culture matriarcali pre-cristiane ove la donna era fulcro della comunità, ventre produttivo, femminino sacro, dirigente, diremmo noi oggi, d’una struttura sociale, alla progressiva marginalizzazione biblica, giacché appendice, costola d’un individuo nato dalla terra. Un’Eva contrastante la precedente Lilith demonizzata in Lilitu, perché libera, opponentesi al concetto sub-mittente e perciò eternamente libera, benché cristianamente demoniaca. E ancora, da appendice a nemica medievale, megera asservita alle “vili arti luciferine”, portatrice di un levis animus che la renderebbe, secondo i dotti dell’epoca, pari quasi a banderuola o inetto.

Lilith e Eva
Lilith e Eva

La modernità ha contribuito all’inquadramento razionale della figura femminile in quanto umano essere, senziente, al pari d’ogni altro umano essere, con le opportune diversificazioni pro-caso. Ma quanto, viene da chiedersi, a oggi, una pari dignità può essere realmente ammessa come tale se per affermare i diritti di una Donna si necessitano ancora giornate ad hoc, se per ribadire la necessità di una parificazione devono essere lanciati appelli, raccolte firme, se risulta necessario apportare “scolarizzazioni” nei confronti di soggetti ostinati a inquadrare, ancora oggi, la donna come cornice d’un retrogrado sistema, vittima di una ghettizzazione di genere ancorata a un più generico sistema classista, di per sé ghettizzante e relegante verso ogni Categoria inquadrata come tale. Nel momento in cui un gruppo di soggetti manifestanti similari caratteristiche è incorniciato con attribuzioni, viene “qualificato”, si opera in realtà una “dequalificazione umanitaria”, una riduzione dell’individuo a semplice membro di un genus ristretto, secondo le circostanze, individuabile come vittima, nemico, infermo. Il caso della donna, delle donne, non è differente, e la questione non deve essere indirizzata, ritengo, in atmosfere “estranee”, evocanti veli o burqa (che sarebbero argomenti prettamente culturali ma che divengono limitanti nel momento in cui assurgono a violenta imposizione), o variamente religiose. Considerando il quadro generale, l’uso di motivi, giustificanti la relegazione, assume la semplice veste di giustificazione o scusa, in confronto ad un fenomeno, quello della relegazione femminile attinente invece a uno squadrismo secolare che nelle generazioni si è saldato in “fanatismo di genere”.

Illustrazione raffigurante "Il rogo di una strega"
Illustrazione raffigurante “Il rogo di una strega”

È pur vero che progressi non sono mancati, lo abbiamo scritto e qui ribadiamo, e che l’orientamento ufficiale sembra essere proiettato verso un assorbimento progressivo della parità di genere ma perché ciò accada, in modo pieno, saranno necessari interventi socio-culturali, giuridici, diversamente calibrati secondo le attuali culture. Saranno, ancora una volta, necessarie manovre di “scolarizzazione” per contrastare l’ignoranza e l’egoismo machista, per permettere alla donna stessa di prendere realmente consapevolezza della propria essenza, scevra da identificazioni mistificanti, indotte da slogan, réclame o fanatiche imposizioni. Sarà fondamentale eliminare ogni tipologia d’eccesso violento, da ciascuna parte, e indispensabile, in sintesi, un’attivazione globale, a tutto tondo, verso il raggiungimento di una completa percezione dell’individuo perché individuo, percezione che dovrà essere portatrice di una realtà depurata da ogni meccanismo classificante, produttore di anacronistiche limitazioni ghettizzanti, una realtà orientata verso principi egualitari catalizzanti una tangibile giustizia sociale.

Quadro, Blind Justice
Quadro, Blind Justice

Goylì Goylà

“PER ASPERA AD ASTRA”

 

Karl Wilhelm Diefenbach, Per Aspera ad Astra, c. 1900
Karl Wilhelm Diefenbach, Per Aspera ad Astra, c. 1900

 

Dall’asperità alla volontà astrale.

Intuire la discesa nell’avanzata

baraondale d’un cerchio

stringente, baratro dalle lisce pareti

congrue a carte verticali o

parate dai militari tamburi.


Dall’asperità alla volontà astrale.

Sfiorare l’abisso, falangi ramificate

 tendenti allo stellato manto, sfidare

il contingente disordine nel solitario

silenzio sprofondando il sè in

fionde miranti l’immenso.


Distante quanto l’incommensurabile

distesa sabbiosa. Dall’asperità alla

volontà astrale d’un distacco verso

l’apertura visuale o percettiva angolazione.

Porta, indicante il candore

rovente, impercettibile.


Nebulosa Carena
Nebulosa Carena

Goylì Goylà

“THE UN-POP LONELINESS” (o L’IPOCRISIA DELLE ILLUSIONI)

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(da “Eyes wide shut”, S. Kubrick)

A volte il digitale inchiostro è mendace, altre così cristallino da apparire con le impossibili, inconcepibili fattezze di una chimera.

Una chimera rappresentante variegate moltitudini, mai omogenee, cercanti ascolto, tutte, assoluzione, alcune. Considerazione, nella speranza di. Altre.

Everybody needs somebody. Per bisogno autocompiacente, reclame, riempimento. Bisogno è la parola chiava, aprente polemiche e ipocrisie. Il bisogno vela, pseudo-celando altisonanti concetti. Vela, nel tentativo d’esser velato. Non sembrerebbe un onirico doppio, e invece è la speculare espressione dello stesso elemento.

Forse.

Il sogno d’amore, ad esempio, è al tempo stesso (a) romantica illusione e (b) necessità sostenente, “colmante”. Forse. Un BI-SOGNO dunque, come la ricerca occupazionale. La doppia necessità di (a) autosostenersi e (b) affermarsi nel tentativo di concretizzare la seconda, ulteriore, grande illusione di “liberosè/definitosoffio“. Forse.

Doppio sogno è Schnitzler(1) accompagnato da Sostakovic(2). Un valzer mascherato. Doppio in carta e pellicola. Sostegni di concetti, parole, immagini. Sostegni. Le necessità sono sostegni talmente diffusi da rendere un-pop (impopolari) le assenze, ma queste, a volte, sono vuoti apparenti, colmi di bisogni appagati, sedati, o non-bisogni.

Impopolari come i numeri primi “fastidiosamente pretenziosi”. Divisibili per se stessi, divisibili per l’uno: in assenza di divisione unitaria procedono senza disperdersi nelle moltitudini. Scelte, o naturali fisiologie, numeriche e umane, chimere dalle tangibili fattezze, ulteriormente evidenziate dalle contingenze forzanti la convivenza frammentaria.

Cumulativa di vari segmenti, caselle dello stesso testo, o puzzle, o sè, per la agognata realizzazione del sè, o testo, o puzzle. Necessario, ennesimo, illusorio bisogno.

illusione ottica

Goylì Goylà


(1) “Doppio Sogno”, racconto di Arthur Schnitzler (da cui è tratto il film “Eyes Wide Shut“, S. Kubrick);
(2) Dmitrij Sostakovic, compositore, qui citato per il Waltz 2 from Jazz Suite.

DUBBI SPECCHIATI

aliceInWaterland

 

Porsi innanzi uno specchio è atto di coraggio, sfida dell’unicità alla molteplicità dell’apparenza. Un fiocco, identico ad altri e pur diverso. Quanto è difficoltoso riuscire a discernere tra il non reale e ciò che appare, reale. Quanto è arduo il compito di chi tenta di individuare e comprendere la realtà presente nella finzione e l’immaginario che circonda il comunemente noto, ordinario, vero, reale. Di certo una corona non potrà fare la differenza, né un anello, un drappo o un’etichetta. Dop, per protetta, Doc, per controllata.

Quanto può definirsi tutelata o sotto controllo l’esistenza? Magari in rapporto al secondo punto potremmo citare Orwell, richiamare l’orrore monopolistico, la concentrazione di forza, gli atti di sub-missione, le neuroscienze e l’ipnosi ma. Emerge l’interrogazione, che opposta all’esclamazione chiede “Quanto di tutto questo è definibile reale?” Esistono, sono esistiti, nascono come elaborazioni mentali, immagini di uno o più soggetti che immaginano (in positivo o in negativo) un’azione che viene “realizzata”, resa concreta, visibile, evidente, tangibile. Eppure ciascuna di queste “realizzazioni” è una finzione. Finzione di potenza, finzione di forza, giogo che permette la soggiogazione degli osservanti, degli udenti. Non sto affermando la non esistenza degli atti in questione, quanto presumendo la non realtà del significato racchiuso dall’atto che lo significa. Il potere “è” perché qualcuno lo identifica come tale, poiché ha delle ripercussioni materiali. Ma in se stesso, cosa è il potere? Una parola cui è stato attribuito un significato in virtù delle sue estrinsecazioni, ma in sé povera, vuota. Un’etichetta simile a mille altre. Banalizzando, se immaginate un imperatore, la vostra mente magari lo individuerà come un uomo dall’aspetto fiero, dalle ricche vesti. Se poi vedeste un individuo comunemente abbigliato, si creerebbe uno spaccato tra l’immaginario e il reale che porterebbe alla richiesta di prove suffraganti l’attestazione Reale.

Può dunque basarsi il dubbio solo sul percepire? Un tentativo di fare combaciare le percezioni esterne (stimolate) con le interne (conosciute/immaginate)? Di certo ciò che ciascuno avverte è un prodotto, scintilla nata da plurime frizioni, ma pur ammettendo questo, la problematicità dell’esistere e il dubitare sulla verità dell’esistenza permangono. In che modo discernere, in che modo emergere dal dilemma? Esistono diverse possibilità e tutte possono risultare collegate a un atto di fede. Nessun rogo o immersione miasmatica, sia chiaro, quanto l’accettazione consapevole del rischio. L’incognita del “credo”. E i tre varchi, sue diramazioni. Credere in ciò che è ordinariamente imposto, nel dubbio, nella legittimità del dubbio e nella possibilità che nulla sia totalmente reale né del tutto immaginario. Pellicole, fumetti, romanzi, quadri, sono delle finzioni manifeste che hanno, però, le radici nel mondo genericamente conosciuto, creati da chi vive, narrano vite o non vite che si basano, in tutto o in parte nel reale. Eppure sono qualificati come non esistenti, non vivi, non “reali”. Diversamente (e qui estendiamo il paragone) da chi pur essendo cerebralmente vivo maschera la propria morte interiore con atti di finzione vitale.

Di fronte ad un simile scenario come poter continuare con le classiche individuazioni di immaginario e non. In tutta onestà, se innanzi uno specchio dalle plurime facce vi fosse un teatrante dal volto tinto, se innanzi uno specchio dalle plurime superfici, ciascuno di noi si riflettesse, e nel farlo individuasse sfaccettature sensibilmente differenti, di cui una sola, specchiata fosse linda, per quanto non tangibile, per quanto non concreta, quel solo riflesso, non sarebbe forse da definire reale (e azzardando), vero? Volendo adoperare quell’earnest inglese, ossia volendo onorare l’avvento d’un nuovo ciclo con l’onestà necessaria in ogni sorta di bilancio, diremo che porsi innanzi uno specchio è atto di immenso coraggio, che necessita occhio critico per poter immaginare diverse sfumature, per sfumare l’immaginario colorando il reale (nelle molteplici sue varianti) e poter prospettare una realtà che non sia frutto di una banale illusione.

 

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Goylì Goylà

STORIA DI UN GIRASOLE

DaliAurora

 

Un giorno vidi una corona oscillare al vento, osservava argillosi cotti. Non diceva nulla. Si direzionava. Osservava il muro e i cotti su di esso. Diceva che avrebbe fatto a modo suo, in ogni caso. Che forse sarebbe andata come avrebbero detto. Diceva di non dire nulla, che non avrebbe detto nulla, perché non sapeva cosa volesse dire, dire qualcosa. Sembrava stupita. Sembrava volesse dire molte cose.

Guardava i cotti. Si fidava perché fissi, di una fissità certa. Ma erano cotti e non interloquivano molto. A volte sorridevano ma era raro. A volte erano avvolti dal verde dei salici. A volte, i salici non ne erano soddisfatti. Un verde fresco e limpido, speranzoso, a volte.

Il giorno dopo quel giorno una formica comunicò ai fili passanti che la corona in realtà non era una birra e neanche un corridore. Svelò dal pulpito della corteccia quanto importante fosse realizzare che quella corona era qualcos’altro. Non aveva ghirigori né incisioni. Era tonda e piatta, un po’ bombata. Ma non sapeva luccicare e questo a dir suo, della formica, la declassava dagli elenchi delle corone alte. Sostenne fermamente la movente impossibilità della corona, ma lei, la corona, decisa si oppose. Chiese aiuto al vento e oscillando, con lui iniziò a danzare.

Dissero un giorno che la corona non fosse quel che sempre aveva pensato di essere e neanche quel che tutti ritenevano con certezza. Essere. Dissero un giorno che fosse un girasole e che adorasse guardare i cotti perché apprezzava il bruno che il calore conferiva loro.

Qualcuno voleva mandarlo da un esperto. Pare non guardasse il sole. Stavano per spedirlo da uno specialista ma ebbe una crisi e iniziò a perdere petali. Era desolante vederlo così sconvolto, bastò una sola parola. A volte sono ammorbanti, le parole. Iniziò a perdere petali e fu triste osservarlo sfiorire. Non capiva, il Girasole, perché si ostinassero a chiedere del sole.

Preferiva i cotti e continuava ad osservarli. Adorava quel cambiamento verso il bruno scintillante che acquisivano dopo una sovraesposizione. Non capiva il sole. Anzi, si diceva “se anche lui, il sole, osservava i cotti permettendogli nuove gradazioni perché proprio lui, sole, non avrebbe dovuto apprezzarli e apprezzare lui, girasole, per questo. Quale ragione doveva mai condannare chi contemplasse non l’artefice ma il prodotto? Non è forse equivalente? Non è forse vero che in maniera indiretta l’artefice viene idolatrato. E non è forse ancor più vero in rapporto al sole? E se tale verità è, da quale irrazionale ragione nascerebbe il declassamento?”

Non capiva perché non capissero e l’incomprensione suscitava cadute. I petali sfiorivano, lentamente. Dicevano fosse un girasole, ma non lo guardava mai, il sole. Se ne stava in disparte ad osservare la parete e i cotti e in quel momento trovava pace, in quel minimo atto d’isolamento in quel micro attimo di condivisione, pur solitario, scopriva conforto e fiorescenza. Nelle righe divisorie dei cotti, nel loro bruno scintillare verso il sole, quasi a protendere linfa e granelli, quasi a intrecciare e chiedere con ogni goccia di calore della partecipazione profonda, diffusa, condivisa.
Quasi a sorridere e sorriderne, verde e bruno, solidità e speranza riscaldate dall’eterna lucentezza.

Libertà

N.B. Il testo è stato ispirato da un reale avvenimento, in realtà plurimi accadimenti…
Per la prima volta recitato ad Avola, il 6 Dicembre 2014, in occasione della collettiva
di scrittori presieduta da Massimiliano Verga; progetto “Equilibri: tutti siamo diversi”
organizzato da Azahar (G. Parentignoti) e Ar@m Communication (M. Di Stefano). /it/

Goylì Goylà