Questione di scelte

Cambia tutto per non cambiare nulla… nulla muta, salvo le percezioni del non mutare.

E’ un giorno freddo e come ogni freddo giorno, pensieri e riflessioni, per quanto stimolati, faticano a palesarsi.

E’ come se, criogenizzati dal circostante gelo, non fossero in grado di balzare allo sguardo e prorompere in corali e allegri “siamo qui”. E’ come se, un’inquietante nebbiolina li avvolgesse. Come se preferissero non muoversi e restare in attesa. Che la nebbia passi? Che finga di passare?

Non passerà, è una storia eterna che vede più cani formare un centipede mordendosi code e terga.
E le terga, come i cani, sono (quasi) sempre le stesse.

Abbiamo i quadrupedi sognatori, permeati dall’illusione di fasti e gloria, in grado di ripetere meccanicamente lo stesso vuoto latrato, in modo indipendente, credendo che tale latrato sia una spinta autonomista e ribelle, foriera di grandi speranze e lustri. Non mancano i finti nuovi, propugnano il cambiamento, inneggiano alle sfide e alla tangibilità delle giovanili, stellari, proposte… hanno qualche idea interessante ma tentennano nell’espressione e nella formalizzazione delle stesse. Poi le volpi di lungo corso, dal ferreo regime e dall’integerrima storia, volpi favorite che preferiscono apparire agnelli, costrette a compromessi pur di recuperare il bellissimo trono.

E infine il lato sinistro. Il costantemente frammentato lato sinistro, che nella frammentazione mostra un’ala rossa e sicura del suo essere carminio e un’altra dai colori un po’ annacquati, tendenti al rosso, ma non troppo. Quest’ultima certamente incoerente con il luogo a cui dovrebbe appartenere, ma perfettamente in linea con le dinamiche peninsulari, ove il rossore manifesto è solo quello dell’imbarazzo.

Per quanto riguarda la piccola ala rossa, animata di buoni propositi, ebbene, la piccola ala parla con onestà di quel che bisognerebbe praticare per limare le crisi, consapevole della moltitudine di passi da compiere, parla con coraggio ma, intorno, gli scettici, per quanto simpatizzanti, sono molti e in tanti prediligono l’evitare il male peggiore indicando quello minore.

Qualcuno vorrà astenersi dal commettere errori e, per certi aspetti, se l’astensione fosse totale e conducesse ad un ribaltamento ribelle sarebbe un bel segnale. Ma, ahinoi, in cuor nostro sappiamo che non è né sarà così. Pur avendo illustri storie rivoluzionarie, di sangue bollente e fierezza oculare, la gelida nebbia blocca gli spiriti e ottenebra speranzosi scenari.

C’è forte delusione e disillusione, forse qualche piuma vermiglia in più potrebbe permettere un caloroso tramonto, capace di dar adito all’antica massima che vede cieli tersi e tempo mite in cambio di rossori serali.

Per il momento, e da lontano, solo qualche lampadina fa capolino con i suoi rossi contorni ma l’aria è fredda e la nebbia non manca. Non resta che attendere e confidare nelle piume vermiglie e nel battagliero spirito di una terra stanca.

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Boschi roventi

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25 giorni di emergenza, 600 sfollati, 300 incendi

A leggere simili numeri verrebbe da pensare ad un luogo remoto e devastato, un luogo, magari, fuori da qualsiasi giurisdizione, non in grado di fronteggiare eventi di tale portata.

Verrebbe da immaginare un luogo lunare, dimenticato da qualsiasi divinità, perduto nel suo personale orrore. Per questo, forse, appare sconvolgente sapere che tali cifre non riguardino il desolato pianeta X ma il nord Italia (nello specifico, una zona verde, boschiva) e, rullo di tamburi, si siano manifestate in autunno.

Difatti, elementi tipici che il manuale del perfetto incendiario prevede per la realizzazione di un corposo barbecue sono la presenza di un verde acceso, umidità tipica da foresta, tanta pazienza eee la mensilità ottobrina.

I non esperti potrebbero chiedersi, come sia assurdamente possibile che una vasta area, in parte abitata, piena di conifere e arbusti (non secchi) sia andata in fumo. Certo, il föhn, diranno, ha dato il proprio contributo, ma, come il termine suggerisce, si tratta di un surplus, un’aggiunta a qualcosa di esistente, un contributo a punto. Ci sarà stata una prima mano, suggeriranno, una scintilla innescante, potrebbero supporre.

E, di fatti, c’è. Al momento, la scintilla è un quindicenne.
Le autorità hanno reso noto di aver arrestato un quindicenne che tentava di appiccare incendi allo scopo di vedere all’opera i vigili del fuoco.

Un quindicenne colto sul fatto e fermato in tempo. Un quindicenne sicuramente capace, del cui fermo ci congratuliamo ma, considerando la mole dell’evento dannoso, i sù citati non esperti, che a volte sono anche complottisti, ipotizzeranno la presenza di competenze più ferrate ed esperienti.

Pare, inoltre, che in una zona della val Susa gli incendi abbiano raggiunto anche il presidio NoTav. Intanto, dall’Interno, cravattati sostengono di aver individuato “dispositivi pronti ad agire” che farebbero presumere l’esistenza di un piano dolosamente premeditato, in grado di ritornare a colpire se il föhn nuovamente s’azionasse. Ma, attenzione, il dolo è solo presunto, non vi è certezza.

Nel frattempo, da Croazia, Francia e Svizzera giungono mezzi aerei e litri d’acqua. Nel frattempo, dopo poche ore, la sfiorata Lombardia ha chiesto lo stato di emergenza nazionale. Nel frattempo, di fronte a nuove proposte di mezzi francofoni pare che qualcuno abbia detto no, per gli alti costi di rimborso.

Così, tirando le somme, è da 25 giorni che il Piemonte (e non solo) arde, gli ettari bruciati sono molti, la gente in emergenza aumenta, i canadair carezzano i cieli e 10 militari fanno capolino dalle fronde.

Così, l’attuale, triste bilancio vede:

25 giorni di emergenza, 600 sfollati, 300 incendi, oltre 200 ettari perduti, un ragazzetto agli arresti, fuoco resistente, piromani itineranti, cucù militari e possibili dolosità.

Le indagini, dunque, continuano e in tale ardente marasma, potremmo permettere alla speranza d’indugiare su umorismi neri, come la giornata suggerirebbe,  lasciandole auspicare che le citate indagini non diventino l’ennesimo fuoco di paglia all’italiana.

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***Alcuni articoli sull’argomento:
31/10/2017, ANSA
30/10/2017, 3BMETEO
29/10/2017, CORRIERE

EVERYWHERE SHOULD BE THE PLACE: STORIA DI “ORGANI” E INDIFFERENZE

(il commento che leggerete nasce da un evento realmente accaduto all’interno di un istituto formativo italiano)

 

(clip from Fargo)

 

Ovunque potrebbe essere il luogo. Apparteniamo all’ovunque. Ovunque è il luogo in cui ciascuno può sentirsi a casa, ovunque è il luogo in cui una dimora può essere creata. Le cittadinanze sono strumenti politici indicanti grandezze. Di un’entità macroscopica fagocitante ogni condotta energetica dalle bipedi (e non) forme. Ogni entità[1], statale, burocratica, sistemica, lo dicevano già i romani, è un corpo[2]. E, come tale, necessita di elementi in grado di assolvere svariate, imprescindibili, funzioni. Dando come assunto il dato collaborativo, in un sistema, senza necessariamente considerare teorie organicistiche[3],  più elementi devono collaborare per il funzionamento dello stesso e, non scomodando moralismi, si considera, dunque, “doverosa”, se non altro per il quieto andamento del grande fagocita, la collaborazione.

Ma, se un corpo, diretto rappresentante, in piccolo, del più grande corpo-sistema al quale si appartiene. Se, dico, un corpo, inerte viene rinvenuto. Per operare un esempio, viene rinvenuto all’interno di una struttura formativa. Una struttura che ha il compito di creare menti, forgiare le professionalità, i professionisti, “gli uomini e le donne” di domani. Se, in una simile struttura formativa, educativa, viene rinvenuto un gracile corpo, inerte, lungo una zona di passaggio. E se tale corpo, in difficoltà, lì giace per minuti… e minuti superanti i 10, 15, 20. Se ciò accadesse e se quel corpo avesse un volto, un nome, un’identità. E se quella identità, in difficoltà, per 10, 15, 20 minuti avesse avuto il sospetto, il dubbio, di essere niente, di essere parte di quel pavimento in cui era stesa, di quella panca cui era poggiata, di quel niente che, eppure, è qualcosa di consistente.

(particolare locandina film Restless)
(particolare locandina film Restless)

Se quell’identità nell’indifferenza generale avesse percepito se stessa come una particella annichilita, priva di identificazione. Allora il primo grande fallimento del macroscopico corpo fagocitario si sarebbe realizzato. Significherebbe che ognuna di quelle parti, necessarie al macrosistema, non ritiene rilevante la collaborazione solidale tra le sue speculari (in quanto “strumenti”), differenti, unità conviventi. Il termine strumento è inteso, qui, nell’accezione classica, positiva di derivazione latina, da “instruere”, costruire. Se, dunque, la particella “strumento” non costruisce con il doppio compito di realizzarsi e realizzare ma con il solo, autoreferenziale, intento di affermazione personale, lo Stato, il sistema, perdendo l’entità collaborativa, perde significato, perde se stesso.  Non più una comunità politica di un popolo, ossia un agglomerato civile, luogo di molti che rende tali molti un insieme, quanto un participio passato. Una fase di inerzia. Un modo d’essere. Si spera temporaneo, si teme permanente. Stato come qualcosa che forse esisteva, stato come immobilità collaborativa. Poiché per quanto lo Stato sia macroscopico, per quanto sia un’entità “più grande” degli elementi che lo compongono, da elementi è composto e sono gli elementi a renderlo positivo-produttivo o negativo-distruttivo. Senza dimenticare che la distruzione politica (e si fa riferimento alla politeia, anima della città, interconnessa al corpo civico) dell’ente (qualunque ente strutturale) diviene autodistruzione, ingiustificabile suicidio di massa.

(Patrice Murciano, The Darwin´s preoccupations)
(Patrice Murciano, The Darwin´s preoccupations)

 

Goylì Goylà


[1] Si evita, volutamente, in questa sede di indagare le validità contemporanee degli assetti istituzionali, di analizzare forme di pseudo o para governo, di indicare “realtà” preferenziali di qualunque estrazione politica.

[2] Agrippa Menenio Lenato, 494 a.C., Apologo “Una volta, le membra dell’uomo, constatando che lo stomaco se ne stava ozioso [ad attendere cibo], ruppero con lui gli accordi e cospirarono tra loro, decidendo che le mani non portassero cibo alla bocca, né che, portatolo, la bocca lo accettasse, né che i denti lo confezionassero a dovere. Ma mentre intendevano domare lo stomaco, a indebolirsi furono anche loro stesse, e il corpo intero giunse a deperimento estremo. Di qui apparve che l’ufficio dello stomaco non è quello di un pigro, ma che, una volta accolti, distribuisce i cibi per tutte le membra. E quindi tornarono in amicizia con lui. Così senato e popolo, come fossero un unico corpo, con la discordia periscono, con la concordia rimangono in salute.”

[3] Organicismo, “dottrina filosofica, politica o sociologica che interpreta il mondo, la natura o la società in analogia ad un organismo vivente” (Wiki).

CONTEMPORANEE LOTOFAGIE

(Lotus picture)
(Lotus picture)

Le frescure notiziali giungono ai padiglioni come auricolari placcati da dita instabili. Le frescure notiziali, le avvisaglie d’informazione, a volte, sono tarlo, perno per giri di boa. Ballerine sconnesse. Le notizie. Gli avvisi. Notifiche inoltrate a oculi e labirinti. Notiziare per avvisare. Scopo primo dell’avviso è creare partecipazione. Rendere partecipe l’uditorio di un particolare, o più, con l’intento, magari, di entusiasmare. Generare una vibrazione, viscerale. Se non viscerale, muscolare. Se non muscolare, almeno, vertebrale. Una vibrazione issante. Incessante. Reale, onesta. L’onestà vibratile è quel “qualcosa” di cui si sente l’esigenza. Eppure, scarseggia. La cui assenza, rende percepibile l’inesattezza dell’essere, l’inconcludenza. Il non essere.

( Katsushika Hokusai, In the hollow of a wave)
( Katsushika Hokusai, In the hollow of a wave)

L’onestà di essere. Il coraggio di contrastare. Un’assenza costantemente presente. Un giorno, dissero che in molti, dopo aver udito terribili vicende, rimasero sconvolti. Talmente, sconvolti, da elargire pianti e svenimenti. Un giorno, quello dopo il solare appena citato. Ebbene, un giorno, quel giorno, altro, il pianto e la vertigine erano stati soppiantati da fiori di loto. I lotofagi(1), sanno bene che miglior modo per prolungare le vitali, gioiose esistenze, è non domandare. Non questionare. Rimanere silenti, asserire con grazia. Un “no” di circostanza, una moina. E… ancora un loto. Per ingraziare la “fortuna”. Relegare bombe d’acqua a meri incubi circostanziali. Si sa gli tsunami, come le onde anomale e il mare agitato, rappresentano l’approssimarsi del cambiamento, della rinnovazione. Una morte per una rinascita. Incantesimo di vite autorigenerate. L’onda è accettazione di una necessità. La necessità di sopperire innanzi l’accondiscendenza, o emergere. In contrasto all’inondazione. Ciascuno di noi, in confronto, può essere topo in stiva o remo.

(Hameln, Il pifferaio magico)
(Hameln, Il pifferaio magico)

L’annegamento, come il cerebrale plagio o l’emersione, è una scelta. Scegliere d’agire, di reagire, è primario modo indicante attività vitale. Rassegnarsi al circostante, alzare le spalle in virtù dell’ordinario “mai nulla cambierà” indica morti premature, dello spirito. Serve coraggio, dicono alcuni. Energie, altri. Non serve a niente, in tanti. Quasi tutti dimentichi della forza, immensa, che il moto collettivo riveste. Teorici osservano che l’assenza di reattività, a volte, è legata al bisogno di autoconservazione. Quell’immobilità “rassicurante” per sostanze e serenità. Ma, l’immobilità, è un concetto troppo generico e irrealizzabile, per qualsiasi elemento. La realtà è destinata al cambiamento, alla mutazione. Nulla esiste d’immutabile, o definito nell’indefinitezza. Dunque, la volontà di conservazione, non diviene altro che una mera illusione. Come il credo della distanza. Del “se”. Se un avvenimento riguarda “altri”, non coinvolgerà “me”. Errore comune è credere che ciascuno viva per sé.

L’entanglement conferisce costanti prove d’esistenza. Come il karma. O la borsa. E l’immobilità, diventa solo un modo, altro, di provocare eventi, in negativo. Non agendo, non si conferiscono punti alla neutralità, non agendo, si regalano chance, spesso, ai cavalli di punta. Non agendo, si sottraggono opportunità alla contraerea. Non agendo, l’attività soporifera del loto, prende piede generando un’instancabile orda sonnambula, emotivamente inerte.

(Scultura,
(Scultura, “Le tre scimmie sacre”)

Goylì Goylà

N.B. (1) I lotofagi dell’Odissea, che vengono qui richiamati, secondo studi, pare non si cibassero del noto “fiore di loto” bensì dello “Zizyphus lotus“.

N.B. (2) Le “tre scimmie” note con le negative accezioni del “non vedo, non sento, non parlo”, comunemente associate a episodi di omertà e cieca indifferenza, in realtà, hanno un significato ben diverso. “Mizaru, coprendosi gli occhi, non vede il male. Kikazaru, coprendosi le orecchie, non sente alcun male. Iwazaru, coprendosi la bocca, non parla del male. Insieme, le tre scimmie sono la metafora del principio del ‘non vedere il male’, ‘non sentire il male’ e ‘non parlare del male‘ ”. Pare che lo stesso Mahatma Gandhi, pur avendo rinnegato ogni elemento materiale, tenesse con cura una statuetta raffigurante le tre scimmie sacre.

POLVERI E POLVERIERE

 

 

(Bansky)
(Bansky)

 

 

Ogni elemento possiede un proprio meccanismo aggregante, tale da rendere un corpo, corpo, una abatjour, abatjour, una bottiglia, bottiglia. Esiste però, in terra, come nello spazio cosmico, materia in sé compiuta e, al tempo stesso, apparentemente disgregata dal resto. Elementi. Pulviscolo di variabile forma e composizione trottante su ogni genere di superficie. Frammenti di altro. Polvere. Residuo di “composizioni maggiori” che, relegato nell’avanzare solitario, trova forma in alternativa, residuale aggregazione. Un disgregato dunque, aggregato per circostanze, “volontà” o casualità.

 

 

(Milano, Black Block #NoExpo, 2015)
(Milano, Black Bloc #NoExpo, 2015)

 

 

Ma, se in “cielo” come in terra, la residualità, la “disgregazione”, sono elementi onnipresenti,  se la polvere interstellare origina la luce zodiacale, se le nubi di gas e polveri, sono ritenute precursori di sistemi planetari. Se e ancora se. Ogni se avesse un senso. O pressoché inconfutabile concretezza. Quel che, con moderato errore, riteniamo “aggregato”/ “compiuto” mondo e lo spazio intorno ad esso, sarebbero forse un’immensa polveriera, insieme mixato di elementi per sé disconnessi, costole spurie o penne remiganti, accessori al corpus base, in cui ciascun “remigante” o miccia, polvere o scintilla, diviene precursore di sistemi, plauditi o avversati, notori e non, a cui ciascun granello, miccia o scintilla, per un moto o forse in altri, moti e modalità, avrà la facoltà/ obbligo/ opportunità di congiungersi.

 

 

(Bansky, Norvegia 2009)
(Bansky, Norvegia 2009)

 

Goylì Goylà

QUICKSANDS STYLE: LE INFANGATE VIABILITA’

 

(Golconda, René Magritte, 1953)
(Golconda, René Magritte, 1953)

 

Sono più affidabili delfini e aquiloni, mongolfiere e zeppelin, traghetti e barconi di un nazionale modo di fare strade, di un nazionale modo di non creare tragitti. L’Associazione Nazionale Auto Sabotante erige strumenti di mistificazione avanzante.

Erigere ponti e piloni con ribassi al 40% è abitudine consolidata. Su cemento e materiali si può risparmiare e ben nota risulta la necessità di creare risparmio. A volte. Le tangenti son parte del costo. A volte. Ne costituiscono il 40%. Improponibile l’eliminazione. E per chi chiede se una dimissione potrà sanare la struttura il “no” arriva immediato, sarebbe come ammettere l’effetto cicatrizzante di un cerotto per una ferita al cuore.

 

(Agrigento-Palermo, "Scorciavacche"/ANAS/)
(Agrigento-Palermo, “Scorciavacche”/ANAS/)

Quanto meno assurdo.

Ma se tangenti e truffe non causassero danni all’utenza, forse ancora “potremmo soprassedere”, attendere i risultati eterni di magistrature ingolfate e dire “arriverà Godot a risolvere ogni cosa”. Ma molti sanno che Godot non giunge mai, è un’attesa vana.

Vana due volte poiché l’utente, desideroso di movimento, costretto allo spostamento, si troverà a ruzzolare per tortuose vie. Un’Odissea terrena. Sembrava rilegata alla mitologia, al massimo equiparabile alla Salerno-Reggio Calabria, o ai viaggi in treno degni del neorealismo post bellico. E invece, ecco che anche le “modernissime strade”, siciliane e non, risultano ingolfate in più punti, a causa di piloni immersi in conche d’acqua, mezzi scadenti e regalie.

 

(Viadotto Scillato, crollo pilone Palermo-Catania/ANAS/)
(Viadotto Scillato, crollo pilone Palermo-Catania/ANAS/)

 

Un computer, un viaggio, un orologio per chiudere un occhio, due. E intanto i percorsi franano, gli utenti imprecano, alcuni muoiono e dagli scranni continuano ad aspettare Godot. La finanza sequestra, le firme si raccolgono e emergono avventori proponenti autostrade su discariche abusive, ricche di percolato e materiale inquinante, giusto per poter dire un giorno di godere di una viabilità 4.0 con effetti sospensori concedenti esotiche avventure ai percorrenti. “QuickSands style”.

Eppure sugli scranni si immobilizzano aspettando Godot, ma Godot non arriva, lo sappiamo bene, spunta al suo posto sempre un qualche faccendiere pronto a “mettervi la faccia” e a garantire sorridente che tra un paio d’anni, di certo tutto sarà diverso, non per voi o per gli utenti quanto per i nuovi raccoglitori di tangenti. E ancora una volta ci chiederemo per quale assurda ragione tutti stanno ad aspettare quel ritardatario di Godot!

 

(Waiting for Godot, Ian McKellen, Patrick Stewart)
(Waiting for Godot, Ian McKellen, Patrick Stewart)

Goylì Goylà

ZOO – POLITIK

L’eleganza del salto è racchiusa nello slancio procurante ascensione e manifesto fiato in contrazione. L’approdo post valico, se ben congeniato, mostrerà equilibrio e plateale approvazione. Ma i “salti”, appaiono, a volte, salata merce di scambio, valuta, compromesso eccellente tra eccesso e penuria.

Il "peluche in aula", gennaio 2015 (foto tratta da "La Stampa.it")
Il “peluche in aula”, gennaio 2015 (foto tratta da “La Stampa.it”)

Hanno lunghezze variabili che ne modulano gli appellativi. I salti. Pensate un peluche con sacca e coda d’appoggio tra scranni in velluto, divenire emblema di un aggiramento di gilde e similia. 38. Pare. Emendare per fare ammenda d’improponibili “amen” amplianti decreti. Follie numeriche. Da 50 a 3500. A “volo di canguro”. Diranno. Salto, per esattezza. Purché slanciati non si giunga ai tetti, luogo per tacchini paventato un paio di 360 orsono. La parabola, teutonicoripresa, dello Smacchia-giaguaro dall’immaginario campestre. Rurale. Di certo differente dal lugubre attuale, tra gufi e sciacalli. Un passaggio involutivo dai contorni sfumati in ombreggiature horror. Hitchcock? Un coltello in doccia [1] è elemento inaspettato, come i tranelli mentali di fantasmi insula-confinati [2]. Appunterebbe Bergman.

Chi avrebbe mai creduto che pitonesse silenziate sarebbero divenute semplice ornamento o che il caos perturbante tra falchi e colombe venisse, possibilmente, concentrato in una “mano”. O manina. Indipendente, autonoma. No, di certo.  Prima pare fossero due. Strette in patto. I Nazareth supplicano d’evitare i Juda. Don’t Judas me, intonano. Al Nazareno non importa.

Per questo il dubbio logora e in 140 si riuniscono nel “nome” di Berlinguer. È consequenziale. Invocazione mitica, d’icona d’un immaginario dall’indimenticato sospiro. Quando c’era Berlinguer era una B. diversa. Quando c’era Berlinguer, la zoo-politica era più simile all’aristotelico zoon politikon. Ricordano. L’organizzazione sociale doveva sostituire “il ventre materno”. Sinonimo d’accoglienza. Almeno si sperava. Oggi ci affidiamo alla bolkiana neotenia, prospettante un ampliamento nello spettro d’adattabilità umana.

D’altronde digeriamo ancora il latte senza rigurgitare, bisognerà allora comprendere cosa potrà comportare una collettiva espulsione repulsiva. Tentare di individuare il limite di questa umana neotenia.

O meglio produrlo, il limite, delinearlo. Perché se adattamento diviene sinonimo di cieca accettazione, la neotenia non equivarrà a un’evolutiva progressione quanto una becera accondiscendenza.

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Goylì Goylà


[1] “Psycho”, 1960 , film di Alfred Hitchcok;

[1] “L’ora del lupo”,1968, pellicola di  Ingmar Bergman;

SMORFIA CAPITALE

 

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Guardate quel ghigno in fondo al burrone! S’agita e sale come melma stagnante compressa in tombini di carta velina. S’agita, sale e trabocca. Un delegato mezzo cieco spruzza acqua coloniale, benedizione d’opere non pie degne d’un piè pestato su larghi viali.

S’agita e spurga, il materico candore scambiato per nevischio abbraccia flessi viandanti dal cilindro curvo e il bastone teso. Ingenui, solidali, d’altruismo generati, per altrui bisogni plasmano verdi paperonate carte. Un don, un din. Più don, più din. In pompa magna. Magna ancora di 50 in 50 pro capite s’è detto. Al decapitato un retroposto 2 % per schede e brioche da marcatura segnalante. Fortunato il mal decapitato con il retroposto ingombro, occluso in governative non ufficiali beneficiarie. Fortunato come quei del campo che videro discarica mutata in camper. Mezzo neutro donato alla specificazione complementare: per- camp- are -ere- ire.

 

CAMPARE TRA LE ERE ALTERNANDO NON CELABILI IRE!

 

“C’avessero almeno un’abile maestranza!” direbbero alcuni al- meno. Al meno peggio andrebbero di mano in mano, di mano in manna quasi come in Alemagna. Direbbero alcuni, ahi voi, fruttate più di pere e cannoni, vi tocca calar il capo per lo scalpo o taglio orizzontale. Che si voglia.

Ma se la bilancia facesse conti esatti, pari in egual modo, segnando peso adeguato, da trucchi scevro, il lavoro di gazzelle, volpi e pantere non andrebbe sprecato e ad una semplice dimissione di ex marcianti, camerati o ‘halemagni, s’affiancherebbero manette, rimborsi e cauzioni. Le cautele però di questi tempi paiono troppe come i pilati e i bonzi da beatificazione. Lisci e lindi pien di peli stomacanti, stomachevoli. Mancanze pregevoli. E se da loro, mancanti, abbondano scure ghignanti praterie, qui giù tra pale e griglie nel marciume, per evitare La scure, rimestare si dovrà.

 

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Goylì Goylà

GUERRE PATINATE

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Accade a volte di tentare comprensioni innanzi Manifestazioni d’Apparenza interrogante “?”.

Non commettiamo però amici miei l’errore di credere “?” una personale interrogazione della Manifestazione. Perché la questuanza, qui intesa come tentativo chiedente non fabbisogni quanto risposte, è propria non del riflesso manifesto ma del riflettente mezzo.

E che ci crediate o no, tale mezzo questuante e riflettente siete proprio voi, o noi, solamente bis-nois se volete tra Goylì e Goylà magenericamentediremonoiintendendotutti Noi, binomio o plusvalenza di “perché”.

Chiedere il ché di un per, ovvero lo scopo di un ché/ cosa/ dove/ quando/ chi non è maleducazione ma base prima delle pentaelementari W.

Ci chiedevamo, dunque, noi/ voi, se loro, riflessi manifesti in duello, ne avessero cognizione.

 

Del perché.

 

Le altre W hanno deduzione immediata, ma quel primo, instancabile, infido punto trivella le croste bloccando ogni tentabile neuro genesi. Forse per aspirare l’onirica risposta bisogna dare campo all’osservazione e mediante brainstorming di massa arrivare a soluzioni.

Immaginate: all’angolo P un Deciso Montante  Respingente, neofonzie di vespiana memoria; all’angolo L un Nerboruto Montone Sornione, guizzante Marylin legante ampolle. Sfide a colpi di scatti e pose, battaglie parruccanti all’ultimo svenimento. Ricordano ventennali cartoline di prima e seconda mano.

Le ricordano nel vago poiché puntanti non agli onori o patri sentori. Quanto ai muri calendariali, alle affezioni da panettoni.

State immaginando? Bene, capirete allora che chiedere il ché di un per, parrebbe ora banal questione, si sfora nell’arte, gusto personale del percepire. Non tangibile purché non tangente il leaderaggio nazionale! “Vetuste moralità”. Taccerebbero gli avanguardisti. Non compatibili con “lievi cinguettii”.

Centoquarantaquattro prego, è la regola. Ma se proprio del cinguettar, delizia dolce, dobbiamo servirci speriamo almeno che del cantericcio s’occupino allodole e non gazze. Che di garze per tappare falle persino troppe ne abbiamo sprecate.

 

 

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Goylì Goylà