LE NOTTI RIFLESSE

(Van Gogh, Notte stellata su Rodano, 1888)
(Van Gogh, Notte stellata su Rodano, 1888)

 

Dove ha dormito la Notte. La scorsa. L’ultima notte, quando stelle e fili ramati increspavano i manti, oscuri, di Ecate. Dove, ha dipinto tenere immagini e abbandonato incubi asmatici. Dove. Il luogo del rimpianto è terra arida e fredda. Le lacrime, sospese, vorticano in moto costante. Fisso. Immutabile. È il vortice dell’assenza. Del sonno senza sogni. Giunse un rombo, una notte. Era l’eclissi. In estensione si eclissavano dubbi e molesti pensieri. In estensione. Si alternavano ascendenze e discendenze. Offspring. Tecniche. Teoriche. La città delle macchine è ricca d’automi. Metropolis[1] ha alberi umani. Androidi spenti. Tra essi, un raggio, carminio s’inerpica. Tra essi, scivola. Lento. Silente. Ogni raggio è una stella esplosa[2] milioni d’anni fa. Ogni raggio è un petalo sfiorito, pagina bianca, contratta.

(Admiraphotography, Franco Pagetti, bombardamenti su Baghdad, 2003)
(Admiraphotography, Franco Pagetti, bombardamenti su Baghdad, 2003)

La china sta al fabrianico come la chiglia a Kanagawa[3]. Un giro contro la codardia. Un giro[4] contro l’ammutinamento, la pirateria. Ma dove sono sepolti i sogni e le coperte? Quella notte, lontana, fredda notte, si disse addio al luogo natio. Arrivederci. Dicemmo. Diranno. Diremo. Anche Peter, lo disse. Lo dice, ancora. Nell’eterno tentativo di raggiungere la stella, seconda, destrorsa. Nel moto instabile. Diritto. Il mattino accoglie, sempre, preghiere e amanti. Come i sagrati, i teatri. Sacro è quel tempio a cui amore è devoto, sacrale il battito accelerato, l’epistassi, le nevralgie. Emorragie. Sanguigno lo spirito donante, sacrale e sanguigno il tenero bisogno.

Avranno mai, tende e finestre, spinte emozionali? In quanto tenda, oscillerà. In qualità “finestrica” sarà filtro mostrante a sé il mondo e il mondo a sé. In limbi occlusi, aperti. Limbi. Il mondo, comunica. Dalla parte al tutto, dal tutto alla parte. E le finestre sono parti e filtri e in quanto parti e filtri concentrano il tutto senza scremare. Un filtro, in quanto tale, avrebbe compiti sfioranti l’infusione. Per natura. Ma, la natura, non è notizia diabolica, respinge l’asservimento e una finestra, dal suo canto, può scegliere variabili opzioni. Oscillanti. Dalla chiusura d’ante alla defenestrazione. Ma, qualsiasi scelta dovesse emergere, qualsiasi atto dovesse essere contemplato, esisteranno, sempre, sciarpe trasportate dal vento e traverseranno le lande, i campi, gli automi. Ominidi.

(SN 1006)
(SN 1006)

I gufi gireranno il capo, i cappelli carezzeranno le nubi in salti gioiosi e tu, noi tutti, lettori di missive, ancora, stropicceremo lo sguardo. Alla ricerca d’un senso, d’un segno. Ma segni e sensi si rincorrono, cercano, sfuggono. Segni e sensi giocano a scacchi.  E il cavaliere[5] non è giocatore quanto giocata pedina. Pedone. In cerca, ignaro del ruolo, del gioco. Gioca interpretando al meglio, al peggio, il proprio passo. In settembre i figli d’autunno chiudono gli occhi, in settembre le figlie d’autunno attendono la pioggia e le rose che al sole lo sguardo volgono, girando corone e chiome. E le spine, pur sfiorando l’epitelio, non dolgono. Le altalene, come emozioni, estatiche abbracciano archi e i gelsomini, dimora e culla divengono della trasformazione. Quel necessario cambiamento di pelle generante rigenerazione.

(V.I.T.R.I.O.L.)
(V.I.T.R.I.O.L.)

Scivola, come la carminia esplosione. Lenta e circolare. È phi[6]. Conchiglia dalle matematiche proporzioni. Aurea in rapporto e sembiante. Alchemica nell’intenzione vitriolica[7]. Ritornare al principio oscuro, affrontare il caotico silenzio della mente, ad inferos. E risorgere. Dalle asperità alla brillantezza[8]. Per poi chiedere e chiedersi, ancora una volta, dove, quella notte, ogni notte che è mantello di riflessione. Dove, il pensiero ha condotto e condurrà. La notte. Quella. Notte. Che è concentrazione luminosa, lanterna trillante in petto. Ogni notte, dove Ecate stessa è manto e il pedone, ogni pedone, lanterna. E questa, gabbia, aperta, pulsante. Finestra e filtro traversato dalle sciarpe siderali, carminie esplosioni di mondi lontani.

 

(Renè Magritte, "Il donatore felice", 1966)
(Renè Magritte, “Il donatore felice”, 1966)

Goylì Goylà


 

[1] Metropolis, film di Fritz Lang, 1927;

[2] Riferimento a SN 1006, supernova (esplosione stellare) avvistata nel 1006 (evento con magnitudine apparente di brillantezza ineguagliata) di cui son rimaste tracce, resti, simili ad una rossa “sciarpa”;

[3] Riferimento alla xilografia “La grande onda di Kanagawa” di  Katsushika Hokusai, 1830;

[4] Giro di chiglia, punizione adoperata, in mare, contro chi risultava reo di ammutinamento, pirateria, o colpevole di danni per negligenza, imperizia, imprudenza;

[5] Il settimo sigillo, film di Ingmar Bergman, 1957;

[6] Phi, rapporto aureo;

[7] Vitriol, principio alchemico (ripreso anche da Jung) acronimo: Visita Interiora Terrae Rectificandoque Invenies Occultum Lapidem;

[8] Per aspera ad astra, Seneca.

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ZOO – POLITIK

L’eleganza del salto è racchiusa nello slancio procurante ascensione e manifesto fiato in contrazione. L’approdo post valico, se ben congeniato, mostrerà equilibrio e plateale approvazione. Ma i “salti”, appaiono, a volte, salata merce di scambio, valuta, compromesso eccellente tra eccesso e penuria.

Il "peluche in aula", gennaio 2015 (foto tratta da "La Stampa.it")
Il “peluche in aula”, gennaio 2015 (foto tratta da “La Stampa.it”)

Hanno lunghezze variabili che ne modulano gli appellativi. I salti. Pensate un peluche con sacca e coda d’appoggio tra scranni in velluto, divenire emblema di un aggiramento di gilde e similia. 38. Pare. Emendare per fare ammenda d’improponibili “amen” amplianti decreti. Follie numeriche. Da 50 a 3500. A “volo di canguro”. Diranno. Salto, per esattezza. Purché slanciati non si giunga ai tetti, luogo per tacchini paventato un paio di 360 orsono. La parabola, teutonicoripresa, dello Smacchia-giaguaro dall’immaginario campestre. Rurale. Di certo differente dal lugubre attuale, tra gufi e sciacalli. Un passaggio involutivo dai contorni sfumati in ombreggiature horror. Hitchcock? Un coltello in doccia [1] è elemento inaspettato, come i tranelli mentali di fantasmi insula-confinati [2]. Appunterebbe Bergman.

Chi avrebbe mai creduto che pitonesse silenziate sarebbero divenute semplice ornamento o che il caos perturbante tra falchi e colombe venisse, possibilmente, concentrato in una “mano”. O manina. Indipendente, autonoma. No, di certo.  Prima pare fossero due. Strette in patto. I Nazareth supplicano d’evitare i Juda. Don’t Judas me, intonano. Al Nazareno non importa.

Per questo il dubbio logora e in 140 si riuniscono nel “nome” di Berlinguer. È consequenziale. Invocazione mitica, d’icona d’un immaginario dall’indimenticato sospiro. Quando c’era Berlinguer era una B. diversa. Quando c’era Berlinguer, la zoo-politica era più simile all’aristotelico zoon politikon. Ricordano. L’organizzazione sociale doveva sostituire “il ventre materno”. Sinonimo d’accoglienza. Almeno si sperava. Oggi ci affidiamo alla bolkiana neotenia, prospettante un ampliamento nello spettro d’adattabilità umana.

D’altronde digeriamo ancora il latte senza rigurgitare, bisognerà allora comprendere cosa potrà comportare una collettiva espulsione repulsiva. Tentare di individuare il limite di questa umana neotenia.

O meglio produrlo, il limite, delinearlo. Perché se adattamento diviene sinonimo di cieca accettazione, la neotenia non equivarrà a un’evolutiva progressione quanto una becera accondiscendenza.

struzzo

Goylì Goylà


[1] “Psycho”, 1960 , film di Alfred Hitchcok;

[1] “L’ora del lupo”,1968, pellicola di  Ingmar Bergman;