GIRAMENTI STELLARI

 

 

palestinarossa

 

 

Colbacchi e papaline non convivono amabilmente. È questione risaputa, la mancanza combaciante. D’altronde risulterebbe scomodo indossare plurimi cappelli. Ingombrante, quanto meno. Come sovrapporre un casco blu al militar macchiato. Di certo si converrà la bizzarria d’un incontro di bipedi dalle torri cappellanti a sventolar sui capi.

Si converrebbe.

Da questa ovvia constatazione, di bizzarria e incompatibilità conciliante tra “colbacchi” e “papaline”, scienziati e esperti hanno decretato la naturale impossibilità convivente dei portatori delle stesse.

Mai sia che un colbacco offeso dalla papalinesca presenza osi sfidare a gare petardesche il distinto disco. Si sa, quel disco è protetto. Ha invisibili scudi e considerando gli anacronistici mezzi colbacchiani, degni d’un paleolitico d’avanguardia, per lo stesso “irascibile attentatore”, l’eventuale sfida, sarebbe fine certa. Lo è. Quasi.

Non esistono più i petardi di una volta. Le cine hanno perso la migliore mano d’opera. Come i soviet e le indie. Se valutassimo poi il circostante, noteremmo come le affezioni laterali mutino con i tempi, e con esse le pubbliche opinioni. Ricordo ancora trascorsi anni in cui il terrore del kefiesco colbacco portava ad intravedere oscuri, timorosi presagi. E ricordo ora come gli stessi (o altri?) fomentatori d’oscurità attualmente lo prediligano a scapito del disco ultraprotetto. Alcuni, ovviamente.

Non siamo certo qui a seguitare nell’inseguire rimpiattini faziosi. Anzi, da esterni, preferiamo professare il principio della neutrale, nostalgica convivenza.

Prendiamo una stella davidiana, essa consta di due lembi sovrapposti. Intersecanti. Dalle linee piegate in angoli trini. Si incontrano in duplice porzione, coesistono. Parte dei lembi è solitaria, parte comunitaria.

Un perfetto esempio di pratica coesistenza tra simili diversamente orientati.

Una triporzione, o triangolo, punta a Nord, l’altro a Sud.

Co-esistono. Insieme rappresentano un popolo dalle diversificate sfaccettature.

Se, dunque, tale simbolo è costituito da triangoli doppi, per quale ragione chi ordina e governa in nome di quella unica, molteplice figura, con ottusa fissità ostruisce il vicino anch’esso tripartito. Ha un triangolo, come i suoi, è nero. Ha multiple, colorate strisce. Tre, anch’esse. Sarà forse colpa del colore o delle bande. Non del numero. Il punto d’osservazione potrebbe essere, e La Palice concorderebbe, ribaltato, ma con flebile certezza possiamo azzardare la non complicità del colore, delle bande e del numero.

Crediamo di giocare con “minore rischio” se l’osservazione viene catalizzata lungo le simili forme. Un triangolo. Due. Le direzioni sono orientabili e le sovrapposizioni grevi. Comportano esclusione, soffocamento. L’intersezione ricorda una parola simpatica, generante condiviso sentire, ultimamente depauperata. Integrazione. Pare si perdano i significati primi del verbo con l’uso smodato, eccessivo. Si tramuta in elemento svuotato, nudo, sfiancato.

Se poi dovessimo ulteriormente riflettere aggiungendo ancora un’ipotesi diremmo:

se l’integrazione può essere rappresentata con un’intersezione, figurata in triangoli, se accettiamo d’indicare il triangolo come mezzo accumunante, per quanto qualcuno si ostini a non considerare la femminina presenza, se e ribadisco se, sfruttassimo le precedenti, ipotetiche premesse, non faremmo altro che concordare con la ratio anatomica, di generazione, con l’essenza della religiosità e perché no, con lo stesso, ultimo (e primo) senso dell’esistenza, come reciproca, costante, ciclica ricerca e compenetrazione.

 

 

palestisraele

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