CHANSON NOCTURNE

(Festa finita, Sandra Batoni)
(Festa finita, Sandra Batoni)

 

 

Pizzica la corda congedata e il volo dell’arazzo s’incunea tra rettangoli sbarrati. Pizzica la corda e batte la nota. Su una cifra annuale il tempo fugge. Raddoppia e avanza deteriorando oniriche frazioni.

4/8/0/2/1/5/3

Frastagliato si erge il vociare come d’un costone il profilo, acuto e spinoso. Frammentato. In cubiche contorsioni. Da palingenesi. Da anestesie. Il vociare rimbomba, il vociare.

“E se gli astri sorridenti si affacciano ai giocolieri e ai colori”

 

(Notturno, G.P.Dulbecco, 2009, )
(Notturno, G.P.Dulbecco, 2009, )

E, se.

Verso l’angolo, dietro il battente, indietro, si terrà il dubbioso carico di morsi e serpi in petto. Eppure pizzicherà la corda eppure batterà la nota.

“Eppure”.

Eppure a Ukok*riposa la regale distesa tra sete e nobili segni. Eppure destata ella riposa e riposerà nella magia dei morbidi segni. E se gli accordi e i canti si annodano ai passi d’una giravolta, altri accordi e altri canti lasceranno passare fiumi svuotando piene, riempiendo vuoti. Eppure i canti, eppure gli accordi, eppure pizzicata la corda in suono renderà le note germoglio, eppure, in doglianza e in estasi, il volo e il germoglio si estenderanno.

 

(Gelsomino notturno, Fabrizio Costanzo, 2010)
(Gelsomino notturno, Fabrizio Costanzo, 2010)

Goylì Goylà


* Principessa di Ukok, o Mummia dell’Altai, Siberia.

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IN SPLEEN, WE TRUST

(Egon Schiele, Herbstsonne und Bäume, 1912)
(Egon Schiele, Herbstsonne und Bäume, 1912)

 

Si riparte dall’albero scomposto, sui fianchi aperti dal segreto silente vivono chiuse
porte che sparano singulti contro il soffitto /soffio/ ampio del treno. Note su rimbombi. Si riparte dall’albero scomposto. Sui fianchi aperti, lungo il sentiero limpido in giallo e grigio si ergono sagome trasmettenti. Mono trasmettenti. Mono riceventi. Autoreferenziali. Le tetra-motrici sono lombrichi dal ventre colmo. In giallo e grigio. Le cuffie isolano. Il silenzio è quel caos rimbombante solitudini. Le cuffie isolano dalle solitudini. Ogni isola, per sé ristagna. Ogni isola, per sé, incalza l’altoparlante. Le cuffie. Fuori dalla testa. Fuori, da quel capo. Dai balconi. Fuori. Si riparte dall’albero scomposto.

 

(Hopper, Seduti sull'auto)
(Hopper, Seduti sull’auto)

 

¶ Dove la rosa scarlatta giacque, lì rimase la purezza infranta.
Dove, la rosa scarlatta giacque?
Lungo il fiume. Ad un centimetro dalla folla.
In mezzo. La folla è l’esplosiva miscela a
cui è condannato il pigro.

(Nick Cave & Bad Seeds, Where the wild roses grow)
(Nick Cave & Bad Seeds, Where the wild roses grow)

 

Si riparte dall’albero scomposto. Dove hai dormito quella notte? Dove dormi quella notte eterna che chiami giorno? Dove? Le notti crollano al canto dei corvi. Sulla rena, si ammassano ergendo il cupo vessillo. Le spiagge non hanno granelli, sono foglie e sanno di autunno. Sono vive tra le argentee appendici. Sono gialle e grigie.
Toccare il potere dell’esistenza nel fogliame. Gialle e grigie. Giace in smunte albe, in suoni pallidi, per poi rigenerarsi nel silenzio dell’infiammante inflorescenza.


(Egon Schiele, dettaglio)
(Egon Schiele, disegni)

Goylì Goylà

LIVE AND LET LIVE

 

(Gustav Klimt, Morte e vita, 1908-1916)
(Gustav Klimt, Morte e vita, 1908-1916)

 

Le ballate accompagnano i ritmi del quotidiano incedere. A volte non sono ballate ma canti, altre non canti ma strumentale accompagnamento. Altre, pur volendo essere ballate o canti si rivelano suonate da ultima ora. Quel che appare evidente è che ciascuno ha la propria melodia e che questa varia di passo in passo, da bipede a bipede. E non sono decisivi colori o carte identificative, ciascuno ha la sua. E si sa. Tu lo sai. Io, tutti, lo sappiamo. Un volatile vorrà sempre vedere dove il vento lo costringerà ad atterrare. Tu lo sai, lui lo sa, tutti lo sappiamo.

“Ma siete sicuri che condurrà verso casa, il volo del volatile?” potranno chiedere. Se consideriamo che casa è dove sentiamo d’essere al sicuro, ogni luogo può e non può essere “casa”. Tu lo sai, lui lo sa, tutti lo sappiamo. E non c’è bisogno di dirlo. Ciascuno scende per la propria strada e ricorda le menzogne dei predecessori, degli attuali. I governi lo ricordano, tutti lo sanno, non pochi lo ricordano, pochissimi sono consapevoli. Sentirsi così soli e incolumi. Come un gabbiano in una città montana. Segue le correnti, spesso incoscientemente. Un volatile voleva cantare il blues e capire. E cantando, poter dire “Lo so”. Ma tutti lo sanno, loro lo sanno. Le case, le dimore, la sicurezza appartengono a chi è in grado di donarle… e mantenerle.

 

(Bombardamenti, 1943)
(Bombardamenti, 1943)

Un giorno potrebbe, un gabbiano meccanico, levarsi e decidere che non si è “degni” d’avere una dimora. Un giorno, quel meccanico gabbiano, alzandosi, potrebbe depositare il contenuto molesto del suo armato stomaco. Depositarlo come su Dresda. Come Hiroshima, Parigi, Beirut, Raqqa o qualunque altra. Ma tu lo sai, lui lo sa, tutti sanno che non dipenderà mai da qualcuno tranne che da “Loro”. Ma il loro volto non sarà mai bene identificato e a pagarne le spese, come sempre, come ogni volta, saranno i volti degli innocenti. Degli increduli. Di quelli che pensavano di sapere e invece non sanno.

E tu, loro, tutti penseremo di essere certi, ma la certezza è data solo dalla temporaneità. È fugace, non garantita. E dipenderà sempre da qualcun altro dal volto imprecisato. Ma nel dubbio generale, nel dubbio dei “perché”, allora, io, tu, noi che, forse, realmente non sappiamo, potremo mai chiederci, fino a quando?

 

(Inland Empire, David Lynch)
(Inland Empire, David Lynch)

 

Goylì Goylà

 

Con consapevole e piena autonomia intellettuale, questa rivista sostiene la Vita e chiunque per la Vita, pacificamente, lotta in solidarietà con i propri simili. Con consapevole e piena autonomia intellettuale, liberi da etichette e imposizioni massificanti noi siamo a fianco di chi quel fianco ha scoperto. Con consapevole e piena autonomia intellettuale, liberi da condizionamenti di sorta, scegliamo la via dell’innocenza e la difesa di chi difesa non ha.

(G.G.)

EVERYWHERE SHOULD BE THE PLACE: STORIA DI “ORGANI” E INDIFFERENZE

(il commento che leggerete nasce da un evento realmente accaduto all’interno di un istituto formativo italiano)

 

(clip from Fargo)

 

Ovunque potrebbe essere il luogo. Apparteniamo all’ovunque. Ovunque è il luogo in cui ciascuno può sentirsi a casa, ovunque è il luogo in cui una dimora può essere creata. Le cittadinanze sono strumenti politici indicanti grandezze. Di un’entità macroscopica fagocitante ogni condotta energetica dalle bipedi (e non) forme. Ogni entità[1], statale, burocratica, sistemica, lo dicevano già i romani, è un corpo[2]. E, come tale, necessita di elementi in grado di assolvere svariate, imprescindibili, funzioni. Dando come assunto il dato collaborativo, in un sistema, senza necessariamente considerare teorie organicistiche[3],  più elementi devono collaborare per il funzionamento dello stesso e, non scomodando moralismi, si considera, dunque, “doverosa”, se non altro per il quieto andamento del grande fagocita, la collaborazione.

Ma, se un corpo, diretto rappresentante, in piccolo, del più grande corpo-sistema al quale si appartiene. Se, dico, un corpo, inerte viene rinvenuto. Per operare un esempio, viene rinvenuto all’interno di una struttura formativa. Una struttura che ha il compito di creare menti, forgiare le professionalità, i professionisti, “gli uomini e le donne” di domani. Se, in una simile struttura formativa, educativa, viene rinvenuto un gracile corpo, inerte, lungo una zona di passaggio. E se tale corpo, in difficoltà, lì giace per minuti… e minuti superanti i 10, 15, 20. Se ciò accadesse e se quel corpo avesse un volto, un nome, un’identità. E se quella identità, in difficoltà, per 10, 15, 20 minuti avesse avuto il sospetto, il dubbio, di essere niente, di essere parte di quel pavimento in cui era stesa, di quella panca cui era poggiata, di quel niente che, eppure, è qualcosa di consistente.

(particolare locandina film Restless)
(particolare locandina film Restless)

Se quell’identità nell’indifferenza generale avesse percepito se stessa come una particella annichilita, priva di identificazione. Allora il primo grande fallimento del macroscopico corpo fagocitario si sarebbe realizzato. Significherebbe che ognuna di quelle parti, necessarie al macrosistema, non ritiene rilevante la collaborazione solidale tra le sue speculari (in quanto “strumenti”), differenti, unità conviventi. Il termine strumento è inteso, qui, nell’accezione classica, positiva di derivazione latina, da “instruere”, costruire. Se, dunque, la particella “strumento” non costruisce con il doppio compito di realizzarsi e realizzare ma con il solo, autoreferenziale, intento di affermazione personale, lo Stato, il sistema, perdendo l’entità collaborativa, perde significato, perde se stesso.  Non più una comunità politica di un popolo, ossia un agglomerato civile, luogo di molti che rende tali molti un insieme, quanto un participio passato. Una fase di inerzia. Un modo d’essere. Si spera temporaneo, si teme permanente. Stato come qualcosa che forse esisteva, stato come immobilità collaborativa. Poiché per quanto lo Stato sia macroscopico, per quanto sia un’entità “più grande” degli elementi che lo compongono, da elementi è composto e sono gli elementi a renderlo positivo-produttivo o negativo-distruttivo. Senza dimenticare che la distruzione politica (e si fa riferimento alla politeia, anima della città, interconnessa al corpo civico) dell’ente (qualunque ente strutturale) diviene autodistruzione, ingiustificabile suicidio di massa.

(Patrice Murciano, The Darwin´s preoccupations)
(Patrice Murciano, The Darwin´s preoccupations)

 

Goylì Goylà


[1] Si evita, volutamente, in questa sede di indagare le validità contemporanee degli assetti istituzionali, di analizzare forme di pseudo o para governo, di indicare “realtà” preferenziali di qualunque estrazione politica.

[2] Agrippa Menenio Lenato, 494 a.C., Apologo “Una volta, le membra dell’uomo, constatando che lo stomaco se ne stava ozioso [ad attendere cibo], ruppero con lui gli accordi e cospirarono tra loro, decidendo che le mani non portassero cibo alla bocca, né che, portatolo, la bocca lo accettasse, né che i denti lo confezionassero a dovere. Ma mentre intendevano domare lo stomaco, a indebolirsi furono anche loro stesse, e il corpo intero giunse a deperimento estremo. Di qui apparve che l’ufficio dello stomaco non è quello di un pigro, ma che, una volta accolti, distribuisce i cibi per tutte le membra. E quindi tornarono in amicizia con lui. Così senato e popolo, come fossero un unico corpo, con la discordia periscono, con la concordia rimangono in salute.”

[3] Organicismo, “dottrina filosofica, politica o sociologica che interpreta il mondo, la natura o la società in analogia ad un organismo vivente” (Wiki).

METROSPETTIVITA’: TO BE OR NOT ?

(Tower, N. Ceccoli)
(Tower, N. Ceccoli)

I fumi sporgono su linee orizzontali.

In estensione, verticali, s’ergono come propensioni visuali.

Finestriche. D’ante. O occhiali prospettici. Le umane persone godono d’ampi diritti, doverosamente prefissati, per dovere agiscono, per dovere si astengono, per diritto pretendono. Non ampi. Non tutti. Tra umanità vantate e umanità sepolte vi è ampia differenza, nel riconoscimento. Tra umanità vantata, sepolta e non attribuita, vi è distinzione. Non umana è persona con facoltà cognitive al di sopra “dell’animalesca norma”, non umano, ma persona, è orango e delfino. Ma, se non umano, cognitivamente avanzato e persona, è l’orango ed il delfino, come definire quel(l’individuo) umano dalle ordinarie facoltà e scarsa, o assente umanità?
Dubbi, domande da the-time.

(A friend in Need, C.M.Coolidge, 1903)
(A friend in Need, C.M.Coolidge, 1903)

Tisane, depurative, digestive per il pensiero. Con la facoltà che lo stesso, pensiero, diventi come gli spazi metropolitani. Collettivizzato. Lo spazio collettivo è aria condivisa, frammentata, equamente spartita. E se le impressioni di settembre scivolano tra pagine e gocce. Di memorie.

Gocce, lente e costanti. Se, la pioggia, risulta purificata, ingrigita. Allora, aspirare una metropoli conferisce percezioni.

(Alessandro Sanna)
(Alessandro Sanna)

Di auscultazioni parziali e multiple, quartieri mentali, labirinti dalle proporzioni variabili e le dimore, in esse immerse, aspiranti Arianne. Anime pulsanti. E queste, distinte. Da plurimi lampi, o fili. Finestre, o punti, di diversificate visioni. E visibilità. Osservare da un punto equivale divenire oggetto d’osservazione di mille e più punti. Che sono altrui e propri. Che sono finestre, fili, lampi, riflessi.

Specchi, di animi aspiranti l’azzurro.

 

(Cult stories, N. Ceccoli)
(Cult stories, N. Ceccoli)

Goylì Goylà

LE NOTTI RIFLESSE

(Van Gogh, Notte stellata su Rodano, 1888)
(Van Gogh, Notte stellata su Rodano, 1888)

 

Dove ha dormito la Notte. La scorsa. L’ultima notte, quando stelle e fili ramati increspavano i manti, oscuri, di Ecate. Dove, ha dipinto tenere immagini e abbandonato incubi asmatici. Dove. Il luogo del rimpianto è terra arida e fredda. Le lacrime, sospese, vorticano in moto costante. Fisso. Immutabile. È il vortice dell’assenza. Del sonno senza sogni. Giunse un rombo, una notte. Era l’eclissi. In estensione si eclissavano dubbi e molesti pensieri. In estensione. Si alternavano ascendenze e discendenze. Offspring. Tecniche. Teoriche. La città delle macchine è ricca d’automi. Metropolis[1] ha alberi umani. Androidi spenti. Tra essi, un raggio, carminio s’inerpica. Tra essi, scivola. Lento. Silente. Ogni raggio è una stella esplosa[2] milioni d’anni fa. Ogni raggio è un petalo sfiorito, pagina bianca, contratta.

(Admiraphotography, Franco Pagetti, bombardamenti su Baghdad, 2003)
(Admiraphotography, Franco Pagetti, bombardamenti su Baghdad, 2003)

La china sta al fabrianico come la chiglia a Kanagawa[3]. Un giro contro la codardia. Un giro[4] contro l’ammutinamento, la pirateria. Ma dove sono sepolti i sogni e le coperte? Quella notte, lontana, fredda notte, si disse addio al luogo natio. Arrivederci. Dicemmo. Diranno. Diremo. Anche Peter, lo disse. Lo dice, ancora. Nell’eterno tentativo di raggiungere la stella, seconda, destrorsa. Nel moto instabile. Diritto. Il mattino accoglie, sempre, preghiere e amanti. Come i sagrati, i teatri. Sacro è quel tempio a cui amore è devoto, sacrale il battito accelerato, l’epistassi, le nevralgie. Emorragie. Sanguigno lo spirito donante, sacrale e sanguigno il tenero bisogno.

Avranno mai, tende e finestre, spinte emozionali? In quanto tenda, oscillerà. In qualità “finestrica” sarà filtro mostrante a sé il mondo e il mondo a sé. In limbi occlusi, aperti. Limbi. Il mondo, comunica. Dalla parte al tutto, dal tutto alla parte. E le finestre sono parti e filtri e in quanto parti e filtri concentrano il tutto senza scremare. Un filtro, in quanto tale, avrebbe compiti sfioranti l’infusione. Per natura. Ma, la natura, non è notizia diabolica, respinge l’asservimento e una finestra, dal suo canto, può scegliere variabili opzioni. Oscillanti. Dalla chiusura d’ante alla defenestrazione. Ma, qualsiasi scelta dovesse emergere, qualsiasi atto dovesse essere contemplato, esisteranno, sempre, sciarpe trasportate dal vento e traverseranno le lande, i campi, gli automi. Ominidi.

(SN 1006)
(SN 1006)

I gufi gireranno il capo, i cappelli carezzeranno le nubi in salti gioiosi e tu, noi tutti, lettori di missive, ancora, stropicceremo lo sguardo. Alla ricerca d’un senso, d’un segno. Ma segni e sensi si rincorrono, cercano, sfuggono. Segni e sensi giocano a scacchi.  E il cavaliere[5] non è giocatore quanto giocata pedina. Pedone. In cerca, ignaro del ruolo, del gioco. Gioca interpretando al meglio, al peggio, il proprio passo. In settembre i figli d’autunno chiudono gli occhi, in settembre le figlie d’autunno attendono la pioggia e le rose che al sole lo sguardo volgono, girando corone e chiome. E le spine, pur sfiorando l’epitelio, non dolgono. Le altalene, come emozioni, estatiche abbracciano archi e i gelsomini, dimora e culla divengono della trasformazione. Quel necessario cambiamento di pelle generante rigenerazione.

(V.I.T.R.I.O.L.)
(V.I.T.R.I.O.L.)

Scivola, come la carminia esplosione. Lenta e circolare. È phi[6]. Conchiglia dalle matematiche proporzioni. Aurea in rapporto e sembiante. Alchemica nell’intenzione vitriolica[7]. Ritornare al principio oscuro, affrontare il caotico silenzio della mente, ad inferos. E risorgere. Dalle asperità alla brillantezza[8]. Per poi chiedere e chiedersi, ancora una volta, dove, quella notte, ogni notte che è mantello di riflessione. Dove, il pensiero ha condotto e condurrà. La notte. Quella. Notte. Che è concentrazione luminosa, lanterna trillante in petto. Ogni notte, dove Ecate stessa è manto e il pedone, ogni pedone, lanterna. E questa, gabbia, aperta, pulsante. Finestra e filtro traversato dalle sciarpe siderali, carminie esplosioni di mondi lontani.

 

(Renè Magritte, "Il donatore felice", 1966)
(Renè Magritte, “Il donatore felice”, 1966)

Goylì Goylà


 

[1] Metropolis, film di Fritz Lang, 1927;

[2] Riferimento a SN 1006, supernova (esplosione stellare) avvistata nel 1006 (evento con magnitudine apparente di brillantezza ineguagliata) di cui son rimaste tracce, resti, simili ad una rossa “sciarpa”;

[3] Riferimento alla xilografia “La grande onda di Kanagawa” di  Katsushika Hokusai, 1830;

[4] Giro di chiglia, punizione adoperata, in mare, contro chi risultava reo di ammutinamento, pirateria, o colpevole di danni per negligenza, imperizia, imprudenza;

[5] Il settimo sigillo, film di Ingmar Bergman, 1957;

[6] Phi, rapporto aureo;

[7] Vitriol, principio alchemico (ripreso anche da Jung) acronimo: Visita Interiora Terrae Rectificandoque Invenies Occultum Lapidem;

[8] Per aspera ad astra, Seneca.

TICKET TO RIDE

(Migranti al confine ungherese, fonte foto: sputniknews)
(Migranti al confine ungherese, fonte foto: sputniknews)

Un biglietto per volare. Non esistono voli. Un biglietto per volare alto. I motori bruciano. Non importa. Un biglietto per volare, volare alto, è un gioco da tavolo[1]. Si costruiscono vagoni, si collegano città. Un biglietto per volare, volare alto, è un biglietto per autostrade celesti. O infernali. Ma è pur sempre un biglietto, una scelta. Possibilità recalcitrante. No. Cromatico salto verso l’oltre. Chi acquista ha la consapevolezza del dovere. Di dover provare, ad avere una possibilità. Le opportunità sono caduchi fiori che, come vagoni in lontane, periferiche strade, procedono, sfilano solitari. I vagoni, i fiori.

(Ticket to Ride, table-game)
(Ticket to Ride, table-game)

E quegli stessi petali, un dì freschi e invitanti, mutano in sagome, e queste, trasparenti, dal vento scosse, fuggono come velina tra le dita. Di una danzatrice in bianco. Agitante il carminio fazzoletto, dolcemente pizzicato. Una danza di conquista, di terreno. Ariosa. Appropriazione debita di un luogo, che sia proprio, che sia sicuro. Come etichettare non legittimo un simile bisogno. È congenito al bipede. Ogni esistente lo avverte. Il sentore libero. Sicuro. Dovrebbe esser garantito, in qualità di diritto, il sentore libero. O meglio, l’aspirazione di ciascuno a dotarsi di una propria sicurezza, che possa, al contempo, essere certezza globalmente accreditata. Per ciascuno. Avere un posto, un posto che sia sicuro, ove ottemperare, realizzare i bisogni primari.

(Danzatrice di pizzica, particolare)
(Danzatrice di pizzica, particolare)

Respirare in sicurezza, polmoni aperti e ali spiegate. Le felci continueranno a ergere i propri busti verso l’aspirazione celeste, le nubi si accalcheranno, ancora, e quel che resta del creato muterà sembiante pur restando fedele a se stesso. Come certi cicli per loro naturalità tendono a ripetersi, così ogni essere punterà l’auspicio, osservando stormi metallici, branchi su rotaie. I ventri vuoti, colmi di speranze. Chiederanno aiuto, per poi costruire da sé, per ciascuno, una strada. Un’autostrada con speciale accesso, accesso che sarà un biglietto. Un biglietto di sola andata verso i campi di fragole[2], quei campi dove le spalle non respirano flesse e gli occhi abbandonano la loro cecità, dove il nulla non è reale e quel non reale nulla è il niente da non attendere. Perché niente si attende ove è possibile creare.

(Stazione ferroviaria di confine, fonte foto: Reuters)
(Ferrovia di confine, fonte foto: Reuters)

Goylì Goylà


[1] Ticket to ride, gioco in stile tedesco, vincitore del premio premio Spiel des Jahres nel 2004;

[2] Citazione, Strawberry fields, Beatles.

UBER SCHLEIER, OLTRE IL VELO

(Illustrazione de C. Flammarion, L'atmosphère: météorologie populaire, 1888)
(Illustrazione de C. Flammarion, L’atmosphère: météorologie populaire, 1888)

 

Come poter definire un parco divertimenti? Potremmo considerare varie angolature visuali e sostenere, allo stesso tempo e senza rischiar fallacia, la portata consumistica, fantasmagorica per infanti, lucrativa, sfruttatrice. Attribuzioni varie e vere, secondo il punto d’osservazione prediletto. Eppure, quelle stesse attribuzioni, possono essere adoperate per individuare non un semplice angolo social-architettonico, non una “sub-struttura”, prodotto ritagliato, quanto una struttura madre. Dalla quale il ritaglio è tratto. Ogni parco divertimenti, di fatto, è  un parco nel parco. Una millantata cuccagna, all’interno di una più grande, lustrata e fatiscente “Eldorado”. Un parco nel parco dove si alternano brivido e risa, paure e clownerie, con quella malinconica atmosfera da sogno che permea il visitatore come impronta illusoria. Ricordo di una vaga ipnosi.

 

(Dismaland, Somerset, Uk)
(Dismaland, Somerset, Uk)

 

Dismaland[1], a dispetto di ciò, genera una “ipnosi regressiva”, dove la regressione è mezzo per individuare quanto, inconsciamente, ciascuno di noi detiene. Anarchica e controcorrente, potrà, allora, divenire sinonimo di quel tentativo artistico di svelare la realtà compressa in ogni irreale costruzione. Banksy ne è maestro. Di allusione. Disvelamento. Ogni lavoro è sincero, onestamente crudele e incisivo per l’osservatore. Perciò, reale. Se dunque i vari “-land” trasfigurano il reale, generando irrealtà immaginifiche, Dismaland storpia quelle stesse creazioni lasciando trasparire torbide verità. Allargando i termini di osservazione, potremmo forse comparare la “vita media”, coperta dal velo di Maya[2], a una costruzione “–landica”, artificiosamente imbellettata. “Dis-landica”, l’opposta. Dove l’arte diviene occhiello, fessura uber- Schleier.

 

(Dismaland, Somerset, Uk)
(Dismaland, Somerset, Uk)

Goylì Goylà


[1] Dismaland: progetto d’arte, “parco familiare non adatto a minori”, aperto fino al 27 Settembre. Weston-super-Mare, Somerset, England.

[2] Teorizzato da Arthur Schopenhauer ne “Il mondo come volontà e rappresentazione”,  riprende il mito della caverna di Platone, fa riferimento a concetti metafisici e gnoseologici afferenti alla religione e cultura induista. Il “velo”, separa l’individuo dalla conoscenza e percezione della realtà, impedendo la liberazione spirituale.

CONTEMPORANEE LOTOFAGIE

(Lotus picture)
(Lotus picture)

Le frescure notiziali giungono ai padiglioni come auricolari placcati da dita instabili. Le frescure notiziali, le avvisaglie d’informazione, a volte, sono tarlo, perno per giri di boa. Ballerine sconnesse. Le notizie. Gli avvisi. Notifiche inoltrate a oculi e labirinti. Notiziare per avvisare. Scopo primo dell’avviso è creare partecipazione. Rendere partecipe l’uditorio di un particolare, o più, con l’intento, magari, di entusiasmare. Generare una vibrazione, viscerale. Se non viscerale, muscolare. Se non muscolare, almeno, vertebrale. Una vibrazione issante. Incessante. Reale, onesta. L’onestà vibratile è quel “qualcosa” di cui si sente l’esigenza. Eppure, scarseggia. La cui assenza, rende percepibile l’inesattezza dell’essere, l’inconcludenza. Il non essere.

( Katsushika Hokusai, In the hollow of a wave)
( Katsushika Hokusai, In the hollow of a wave)

L’onestà di essere. Il coraggio di contrastare. Un’assenza costantemente presente. Un giorno, dissero che in molti, dopo aver udito terribili vicende, rimasero sconvolti. Talmente, sconvolti, da elargire pianti e svenimenti. Un giorno, quello dopo il solare appena citato. Ebbene, un giorno, quel giorno, altro, il pianto e la vertigine erano stati soppiantati da fiori di loto. I lotofagi(1), sanno bene che miglior modo per prolungare le vitali, gioiose esistenze, è non domandare. Non questionare. Rimanere silenti, asserire con grazia. Un “no” di circostanza, una moina. E… ancora un loto. Per ingraziare la “fortuna”. Relegare bombe d’acqua a meri incubi circostanziali. Si sa gli tsunami, come le onde anomale e il mare agitato, rappresentano l’approssimarsi del cambiamento, della rinnovazione. Una morte per una rinascita. Incantesimo di vite autorigenerate. L’onda è accettazione di una necessità. La necessità di sopperire innanzi l’accondiscendenza, o emergere. In contrasto all’inondazione. Ciascuno di noi, in confronto, può essere topo in stiva o remo.

(Hameln, Il pifferaio magico)
(Hameln, Il pifferaio magico)

L’annegamento, come il cerebrale plagio o l’emersione, è una scelta. Scegliere d’agire, di reagire, è primario modo indicante attività vitale. Rassegnarsi al circostante, alzare le spalle in virtù dell’ordinario “mai nulla cambierà” indica morti premature, dello spirito. Serve coraggio, dicono alcuni. Energie, altri. Non serve a niente, in tanti. Quasi tutti dimentichi della forza, immensa, che il moto collettivo riveste. Teorici osservano che l’assenza di reattività, a volte, è legata al bisogno di autoconservazione. Quell’immobilità “rassicurante” per sostanze e serenità. Ma, l’immobilità, è un concetto troppo generico e irrealizzabile, per qualsiasi elemento. La realtà è destinata al cambiamento, alla mutazione. Nulla esiste d’immutabile, o definito nell’indefinitezza. Dunque, la volontà di conservazione, non diviene altro che una mera illusione. Come il credo della distanza. Del “se”. Se un avvenimento riguarda “altri”, non coinvolgerà “me”. Errore comune è credere che ciascuno viva per sé.

L’entanglement conferisce costanti prove d’esistenza. Come il karma. O la borsa. E l’immobilità, diventa solo un modo, altro, di provocare eventi, in negativo. Non agendo, non si conferiscono punti alla neutralità, non agendo, si regalano chance, spesso, ai cavalli di punta. Non agendo, si sottraggono opportunità alla contraerea. Non agendo, l’attività soporifera del loto, prende piede generando un’instancabile orda sonnambula, emotivamente inerte.

(Scultura,
(Scultura, “Le tre scimmie sacre”)

Goylì Goylà

N.B. (1) I lotofagi dell’Odissea, che vengono qui richiamati, secondo studi, pare non si cibassero del noto “fiore di loto” bensì dello “Zizyphus lotus“.

N.B. (2) Le “tre scimmie” note con le negative accezioni del “non vedo, non sento, non parlo”, comunemente associate a episodi di omertà e cieca indifferenza, in realtà, hanno un significato ben diverso. “Mizaru, coprendosi gli occhi, non vede il male. Kikazaru, coprendosi le orecchie, non sente alcun male. Iwazaru, coprendosi la bocca, non parla del male. Insieme, le tre scimmie sono la metafora del principio del ‘non vedere il male’, ‘non sentire il male’ e ‘non parlare del male‘ ”. Pare che lo stesso Mahatma Gandhi, pur avendo rinnegato ogni elemento materiale, tenesse con cura una statuetta raffigurante le tre scimmie sacre.

“LIFE & DESTINY: LA DANZA DEI NONSENSE”

(Vladimir Kush, Wind)
(Vladimir Kush, Wind)

Se iniziassimo un dialogo non costruttivo sull’inesistenza dei ponti e l’importanza degli spari miagolanti, sarebbe, forse, un modo per apparir savi o meri papageni? Un Papageno di prima mano, potrà cantare per ore paventando mancanze e menzogne. Fiero, direbbe che un gatto si curva in grilletto/ grigliato su grano, giallo/ di miglio, per miglia,/ lontano ovvero che un gatto curvato in grilletto/ grigliato su miglio, sgranato/ di fresco, sfrega fragranti/ frumenti in frizione. Violente parole e virulenti nonsense.

(Otmar Alt, Papageno)
(Otmar Alt, Papageno)

Se auspicare “Buon giorno” in tarda serata, equivarrebbe  asserire che Tarde negasse Durkheim imponendo la rissa per l’imitazione di un miagolio latente tra pallide more. Se, lesto un Ernesto non onesto, molesto, s’inarcasse in meridiane, si toccherebbe il punto. Un punto di non ritorno può anche infrangersi su steccati, rifrangersi in flutti marini, ma se il “buontristedì” è detto  in un giorno di sole, se si spruzza del blu lungo tiepidi bagliori, si reitera l’eterno mantra del “chi vive e chi muore”.

(W. Disney - S. Dalì, Destino)
(W. Disney – S. Dalì, Destino)

Ma ogni fine è comunque tiepido principiare e ogni iniziale è il punto focale dal quale spingere l’attenzione. Una morte gentile, una morte “d’onore”, è comunque altra. Diversa d’altalene, di certo. È rigenerazione,  da intendere, dunque, come possibilità d’emersione. Appartiene al giorno, alle notti, il ciclico compimento. Di nascita e dispersione. Ogni giorno, ciclicamente, una parte (più parti invero) di ciascuno, s’evolve e muta. E nel mutare, reinveste energie in percezioni differenti, punti d’osservazione, precedentemente spenti, o non presenti. Una danza, tiepida e lenta.

(W. Disney - S. Dalì, Destino)
(W. Disney – S. Dalì, Destino)

E se, danzando, l’umana statua definisse una donna, campana, il peso del tempo deformerebbe mani e menti nel tentativo carezzevole. Risvegliante. Le strutture limitano, occludono. Non le porte, i passeri o le perle. Ma la perla è una sfera lanciata contro le crepe dell’animo e le campane, bagliori, cuciti in soffioni germogliati da muscolari fenditure.

(Joan Mirò, La ballerina, 1925)
(Joan Mirò, La ballerina, 1925)

Goylì Goylà