Chanson in Clip

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Una notte, nel nonpoicosìlontano 2016, una canzone irruppe tra le sinapsi.

Era simile ad un acuto violino. Insieme di note, numeri e parole.

Era e ancora è. Una canzone funambolare, che lascia sospesi a soppesare

i ritmi, i singulti e le atemporali sospensioni.

Oggi, pur essendo la canzone funambolante d’allora, ha intrecciato il verbo,

il tango e le ventose arie e mutato se stessa divenendo battito di ciglia.

O meglio un batter di ciglia, ove la differenza sta nella presenza, manifesta,

di moto. A seguire il battito – canto – notturno

 

Chanson Nocturne, 2016

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IN SPLEEN, WE TRUST

(Egon Schiele, Herbstsonne und Bäume, 1912)
(Egon Schiele, Herbstsonne und Bäume, 1912)

 

Si riparte dall’albero scomposto, sui fianchi aperti dal segreto silente vivono chiuse
porte che sparano singulti contro il soffitto /soffio/ ampio del treno. Note su rimbombi. Si riparte dall’albero scomposto. Sui fianchi aperti, lungo il sentiero limpido in giallo e grigio si ergono sagome trasmettenti. Mono trasmettenti. Mono riceventi. Autoreferenziali. Le tetra-motrici sono lombrichi dal ventre colmo. In giallo e grigio. Le cuffie isolano. Il silenzio è quel caos rimbombante solitudini. Le cuffie isolano dalle solitudini. Ogni isola, per sé ristagna. Ogni isola, per sé, incalza l’altoparlante. Le cuffie. Fuori dalla testa. Fuori, da quel capo. Dai balconi. Fuori. Si riparte dall’albero scomposto.

 

(Hopper, Seduti sull'auto)
(Hopper, Seduti sull’auto)

 

¶ Dove la rosa scarlatta giacque, lì rimase la purezza infranta.
Dove, la rosa scarlatta giacque?
Lungo il fiume. Ad un centimetro dalla folla.
In mezzo. La folla è l’esplosiva miscela a
cui è condannato il pigro.

(Nick Cave & Bad Seeds, Where the wild roses grow)
(Nick Cave & Bad Seeds, Where the wild roses grow)

 

Si riparte dall’albero scomposto. Dove hai dormito quella notte? Dove dormi quella notte eterna che chiami giorno? Dove? Le notti crollano al canto dei corvi. Sulla rena, si ammassano ergendo il cupo vessillo. Le spiagge non hanno granelli, sono foglie e sanno di autunno. Sono vive tra le argentee appendici. Sono gialle e grigie.
Toccare il potere dell’esistenza nel fogliame. Gialle e grigie. Giace in smunte albe, in suoni pallidi, per poi rigenerarsi nel silenzio dell’infiammante inflorescenza.


(Egon Schiele, dettaglio)
(Egon Schiele, disegni)

Goylì Goylà

LE NOTTI RIFLESSE

(Van Gogh, Notte stellata su Rodano, 1888)
(Van Gogh, Notte stellata su Rodano, 1888)

 

Dove ha dormito la Notte. La scorsa. L’ultima notte, quando stelle e fili ramati increspavano i manti, oscuri, di Ecate. Dove, ha dipinto tenere immagini e abbandonato incubi asmatici. Dove. Il luogo del rimpianto è terra arida e fredda. Le lacrime, sospese, vorticano in moto costante. Fisso. Immutabile. È il vortice dell’assenza. Del sonno senza sogni. Giunse un rombo, una notte. Era l’eclissi. In estensione si eclissavano dubbi e molesti pensieri. In estensione. Si alternavano ascendenze e discendenze. Offspring. Tecniche. Teoriche. La città delle macchine è ricca d’automi. Metropolis[1] ha alberi umani. Androidi spenti. Tra essi, un raggio, carminio s’inerpica. Tra essi, scivola. Lento. Silente. Ogni raggio è una stella esplosa[2] milioni d’anni fa. Ogni raggio è un petalo sfiorito, pagina bianca, contratta.

(Admiraphotography, Franco Pagetti, bombardamenti su Baghdad, 2003)
(Admiraphotography, Franco Pagetti, bombardamenti su Baghdad, 2003)

La china sta al fabrianico come la chiglia a Kanagawa[3]. Un giro contro la codardia. Un giro[4] contro l’ammutinamento, la pirateria. Ma dove sono sepolti i sogni e le coperte? Quella notte, lontana, fredda notte, si disse addio al luogo natio. Arrivederci. Dicemmo. Diranno. Diremo. Anche Peter, lo disse. Lo dice, ancora. Nell’eterno tentativo di raggiungere la stella, seconda, destrorsa. Nel moto instabile. Diritto. Il mattino accoglie, sempre, preghiere e amanti. Come i sagrati, i teatri. Sacro è quel tempio a cui amore è devoto, sacrale il battito accelerato, l’epistassi, le nevralgie. Emorragie. Sanguigno lo spirito donante, sacrale e sanguigno il tenero bisogno.

Avranno mai, tende e finestre, spinte emozionali? In quanto tenda, oscillerà. In qualità “finestrica” sarà filtro mostrante a sé il mondo e il mondo a sé. In limbi occlusi, aperti. Limbi. Il mondo, comunica. Dalla parte al tutto, dal tutto alla parte. E le finestre sono parti e filtri e in quanto parti e filtri concentrano il tutto senza scremare. Un filtro, in quanto tale, avrebbe compiti sfioranti l’infusione. Per natura. Ma, la natura, non è notizia diabolica, respinge l’asservimento e una finestra, dal suo canto, può scegliere variabili opzioni. Oscillanti. Dalla chiusura d’ante alla defenestrazione. Ma, qualsiasi scelta dovesse emergere, qualsiasi atto dovesse essere contemplato, esisteranno, sempre, sciarpe trasportate dal vento e traverseranno le lande, i campi, gli automi. Ominidi.

(SN 1006)
(SN 1006)

I gufi gireranno il capo, i cappelli carezzeranno le nubi in salti gioiosi e tu, noi tutti, lettori di missive, ancora, stropicceremo lo sguardo. Alla ricerca d’un senso, d’un segno. Ma segni e sensi si rincorrono, cercano, sfuggono. Segni e sensi giocano a scacchi.  E il cavaliere[5] non è giocatore quanto giocata pedina. Pedone. In cerca, ignaro del ruolo, del gioco. Gioca interpretando al meglio, al peggio, il proprio passo. In settembre i figli d’autunno chiudono gli occhi, in settembre le figlie d’autunno attendono la pioggia e le rose che al sole lo sguardo volgono, girando corone e chiome. E le spine, pur sfiorando l’epitelio, non dolgono. Le altalene, come emozioni, estatiche abbracciano archi e i gelsomini, dimora e culla divengono della trasformazione. Quel necessario cambiamento di pelle generante rigenerazione.

(V.I.T.R.I.O.L.)
(V.I.T.R.I.O.L.)

Scivola, come la carminia esplosione. Lenta e circolare. È phi[6]. Conchiglia dalle matematiche proporzioni. Aurea in rapporto e sembiante. Alchemica nell’intenzione vitriolica[7]. Ritornare al principio oscuro, affrontare il caotico silenzio della mente, ad inferos. E risorgere. Dalle asperità alla brillantezza[8]. Per poi chiedere e chiedersi, ancora una volta, dove, quella notte, ogni notte che è mantello di riflessione. Dove, il pensiero ha condotto e condurrà. La notte. Quella. Notte. Che è concentrazione luminosa, lanterna trillante in petto. Ogni notte, dove Ecate stessa è manto e il pedone, ogni pedone, lanterna. E questa, gabbia, aperta, pulsante. Finestra e filtro traversato dalle sciarpe siderali, carminie esplosioni di mondi lontani.

 

(Renè Magritte, "Il donatore felice", 1966)
(Renè Magritte, “Il donatore felice”, 1966)

Goylì Goylà


 

[1] Metropolis, film di Fritz Lang, 1927;

[2] Riferimento a SN 1006, supernova (esplosione stellare) avvistata nel 1006 (evento con magnitudine apparente di brillantezza ineguagliata) di cui son rimaste tracce, resti, simili ad una rossa “sciarpa”;

[3] Riferimento alla xilografia “La grande onda di Kanagawa” di  Katsushika Hokusai, 1830;

[4] Giro di chiglia, punizione adoperata, in mare, contro chi risultava reo di ammutinamento, pirateria, o colpevole di danni per negligenza, imperizia, imprudenza;

[5] Il settimo sigillo, film di Ingmar Bergman, 1957;

[6] Phi, rapporto aureo;

[7] Vitriol, principio alchemico (ripreso anche da Jung) acronimo: Visita Interiora Terrae Rectificandoque Invenies Occultum Lapidem;

[8] Per aspera ad astra, Seneca.