Trasferimento

E’ giunto il momento di evolversi!

Dopo una breve fase di transizione che ha visto la fortunata convivenza dell’amato Goylì e del neo nato ItyArt, si è deciso di dare un’ulteriore possibilità al progetto in bozzolo, convogliando le produzioni di Goylì Goylà nella pagina blog di ItyArt.

Il nome Goylì e le sue caratteristiche creazioni rimarranno, ciò che muterà è l’indirizzo ufficiale ma, per coloro che vorranno rammentare le vecchie scritture, nessun timore, le troveranno al solito “recapito”.

Che altro dire, grazie a chi ha visto nascere Goylì e lo ha accompagnato nelle sue peregrinazioni e grazie a chi deciderà di continuare ad affiancarlo nel nuovo viaggio!

Goylì Goylà ha mutato pelle e casa, lo troverete dinamico e vivo più che mai al seguente link: ItyArt

Ancora grazie e buona navigazione!

Annunci

Questione di scelte

Cambia tutto per non cambiare nulla… nulla muta, salvo le percezioni del non mutare.

E’ un giorno freddo e come ogni freddo giorno, pensieri e riflessioni, per quanto stimolati, faticano a palesarsi.

E’ come se, criogenizzati dal circostante gelo, non fossero in grado di balzare allo sguardo e prorompere in corali e allegri “siamo qui”. E’ come se, un’inquietante nebbiolina li avvolgesse. Come se preferissero non muoversi e restare in attesa. Che la nebbia passi? Che finga di passare?

Non passerà, è una storia eterna che vede più cani formare un centipede mordendosi code e terga.
E le terga, come i cani, sono (quasi) sempre le stesse.

Abbiamo i quadrupedi sognatori, permeati dall’illusione di fasti e gloria, in grado di ripetere meccanicamente lo stesso vuoto latrato, in modo indipendente, credendo che tale latrato sia una spinta autonomista e ribelle, foriera di grandi speranze e lustri. Non mancano i finti nuovi, propugnano il cambiamento, inneggiano alle sfide e alla tangibilità delle giovanili, stellari, proposte… hanno qualche idea interessante ma tentennano nell’espressione e nella formalizzazione delle stesse. Poi le volpi di lungo corso, dal ferreo regime e dall’integerrima storia, volpi favorite che preferiscono apparire agnelli, costrette a compromessi pur di recuperare il bellissimo trono.

E infine il lato sinistro. Il costantemente frammentato lato sinistro, che nella frammentazione mostra un’ala rossa e sicura del suo essere carminio e un’altra dai colori un po’ annacquati, tendenti al rosso, ma non troppo. Quest’ultima certamente incoerente con il luogo a cui dovrebbe appartenere, ma perfettamente in linea con le dinamiche peninsulari, ove il rossore manifesto è solo quello dell’imbarazzo.

Per quanto riguarda la piccola ala rossa, animata di buoni propositi, ebbene, la piccola ala parla con onestà di quel che bisognerebbe praticare per limare le crisi, consapevole della moltitudine di passi da compiere, parla con coraggio ma, intorno, gli scettici, per quanto simpatizzanti, sono molti e in tanti prediligono l’evitare il male peggiore indicando quello minore.

Qualcuno vorrà astenersi dal commettere errori e, per certi aspetti, se l’astensione fosse totale e conducesse ad un ribaltamento ribelle sarebbe un bel segnale. Ma, ahinoi, in cuor nostro sappiamo che non è né sarà così. Pur avendo illustri storie rivoluzionarie, di sangue bollente e fierezza oculare, la gelida nebbia blocca gli spiriti e ottenebra speranzosi scenari.

C’è forte delusione e disillusione, forse qualche piuma vermiglia in più potrebbe permettere un caloroso tramonto, capace di dar adito all’antica massima che vede cieli tersi e tempo mite in cambio di rossori serali.

Per il momento, e da lontano, solo qualche lampadina fa capolino con i suoi rossi contorni ma l’aria è fredda e la nebbia non manca. Non resta che attendere e confidare nelle piume vermiglie e nel battagliero spirito di una terra stanca.

Boschi roventi

Val Susa_ityart

 

25 giorni di emergenza, 600 sfollati, 300 incendi

A leggere simili numeri verrebbe da pensare ad un luogo remoto e devastato, un luogo, magari, fuori da qualsiasi giurisdizione, non in grado di fronteggiare eventi di tale portata.

Verrebbe da immaginare un luogo lunare, dimenticato da qualsiasi divinità, perduto nel suo personale orrore. Per questo, forse, appare sconvolgente sapere che tali cifre non riguardino il desolato pianeta X ma il nord Italia (nello specifico, una zona verde, boschiva) e, rullo di tamburi, si siano manifestate in autunno.

Difatti, elementi tipici che il manuale del perfetto incendiario prevede per la realizzazione di un corposo barbecue sono la presenza di un verde acceso, umidità tipica da foresta, tanta pazienza eee la mensilità ottobrina.

I non esperti potrebbero chiedersi, come sia assurdamente possibile che una vasta area, in parte abitata, piena di conifere e arbusti (non secchi) sia andata in fumo. Certo, il föhn, diranno, ha dato il proprio contributo, ma, come il termine suggerisce, si tratta di un surplus, un’aggiunta a qualcosa di esistente, un contributo a punto. Ci sarà stata una prima mano, suggeriranno, una scintilla innescante, potrebbero supporre.

E, di fatti, c’è. Al momento, la scintilla è un quindicenne.
Le autorità hanno reso noto di aver arrestato un quindicenne che tentava di appiccare incendi allo scopo di vedere all’opera i vigili del fuoco.

Un quindicenne colto sul fatto e fermato in tempo. Un quindicenne sicuramente capace, del cui fermo ci congratuliamo ma, considerando la mole dell’evento dannoso, i sù citati non esperti, che a volte sono anche complottisti, ipotizzeranno la presenza di competenze più ferrate ed esperienti.

Pare, inoltre, che in una zona della val Susa gli incendi abbiano raggiunto anche il presidio NoTav. Intanto, dall’Interno, cravattati sostengono di aver individuato “dispositivi pronti ad agire” che farebbero presumere l’esistenza di un piano dolosamente premeditato, in grado di ritornare a colpire se il föhn nuovamente s’azionasse. Ma, attenzione, il dolo è solo presunto, non vi è certezza.

Nel frattempo, da Croazia, Francia e Svizzera giungono mezzi aerei e litri d’acqua. Nel frattempo, dopo poche ore, la sfiorata Lombardia ha chiesto lo stato di emergenza nazionale. Nel frattempo, di fronte a nuove proposte di mezzi francofoni pare che qualcuno abbia detto no, per gli alti costi di rimborso.

Così, tirando le somme, è da 25 giorni che il Piemonte (e non solo) arde, gli ettari bruciati sono molti, la gente in emergenza aumenta, i canadair carezzano i cieli e 10 militari fanno capolino dalle fronde.

Così, l’attuale, triste bilancio vede:

25 giorni di emergenza, 600 sfollati, 300 incendi, oltre 200 ettari perduti, un ragazzetto agli arresti, fuoco resistente, piromani itineranti, cucù militari e possibili dolosità.

Le indagini, dunque, continuano e in tale ardente marasma, potremmo permettere alla speranza d’indugiare su umorismi neri, come la giornata suggerirebbe,  lasciandole auspicare che le citate indagini non diventino l’ennesimo fuoco di paglia all’italiana.

________________________________________________________________

***Alcuni articoli sull’argomento:
31/10/2017, ANSA
30/10/2017, 3BMETEO
29/10/2017, CORRIERE

Tra luci e colori

Flying_eyes_ity_art

Avete fatto caso alla delicatezza che la luce ottobrina è capace di emanare?

Le finestre ed ogni oggetto, dalla sedia al bicchiere, dal tavolo al dorso della mano sono sfiorate da un tenue bagliore. Quasi sacro, quasi eterno. Ci si chiede se questa luce sia capace di far trasparire la vera essenza delle cose… intanto sovviene alla memoria la cara Gertrude “una rosa è una rosa è una rosa” e con lei verrebbe d’affermare che tutto ciò che è, puramente esiste. Eppure, come non notare e glorificare con sguardo e spirito la vibrante essenza che ogni elemento emana sotto questa luce?! Sarà questione di prospettive, angolazioni, sguardi o propensioni… ma, oggi, ogni cosa che nella sua concretezza è percepibile mi appare sacro e circonfuso d’un alone altro, magico.

Questo bicchiere è una rosa, questo tavolo è una rosa, questa mano è una rosa e comunque bicchiere, tavolo e mano. Comunque loro stessi, comunque altro.

In tale apnea sognante, la luce chiama il colore e il colore la carta e la carta le dita e uno stuzzicadenti, per le linee sottili. Sentire la luce e il colore tramite il calore dei polpastrelli è un’esperienza sublime, catartica. Liberatoria oltre ogni dire.

Non importa il fine ultimo, non c’è scopo, non esiste una ragione scientifica ed esatta della liberazione. Anch’ella è, accade, si manifesta e genera impronte, di varie forme e dimensioni. Di qualcosa che non si comprende, di qualcosa che, a sua volta, esiste interiormente. Al di là di ogni pensata immagine, esiste, in profondità.

Questo slideshow richiede JavaScript.

ItyArt

TUMTUMMA ANCORA

 

Edward-Hopper-Sunlight-on-Brownstones-1956-goyligoyla
Edward Hopper, Sunlight on Brownstones, 1956

 

Dormite, forse, voi che silenti udite senza emetter fiato?

Sognate, forse? Sogniamo?

In un’ora imprecisata di un giorno non troppo lontano mi è stato chiesto dove fossimo,

perché e quando. Biascicando risposte generiche e affatto convincenti, ci si è accorti che le risposte non erano tali. Solo accozzaglie di parole volte a giustificare ingiustificabili assenze. Dovevo, non volevo, non credevo. Alla parola, al pensiero, all’utilità di entrambi.

Masturbazioni neuronali, scritture auto-celebranti. La penna mentale, però, silenziosa e paziente ha atteso. Ha atteso il soffiare gentile e impetuoso d’un mattino qualunque, quando, ripensando alla precisa domanda, nata all’imprecisata ora di un giorno non troppo lontano, la penna, sempre la stessa, ha ripreso la solcante opera.

Di certo, incidente, segue il battito che è ritmo personale, proprio. Tum-tum, dice, tum-tum, si espande.

Che possa avere l’effetto d’una bomba all’Orsini*, poco importa. Conta l’esserci e il chiedersi se non è, forse, il caso d’interrompere le apnee imposte, immergersi tra i fluttuanti cieli, nonostante Nibiru*, e cantare gli antichi versi…

 

Lu suli è già spuntatu di lu mari

e vui bidduzza mia durmiti ancora,

 

seguendo il proprio battito…

 

l’aceddi sunnu stanchi di cantari

e affriddateddi aspettanu ccà fora…

Lassati stari, non durmiti chiùi…*

 

tum-tum

tum-tum.

 

 

Goylì Goylà

 

*  Bomba all’Orsini: bombe a mano, artigianali, adoperate in attentati anarchici. Deve il nome al fallito attentato contro Napoleone III, realizzato da Felice Orsini (e altri tre complici) il 14 gennaio 1858. 

*  Nibiru: presunto pianeta che, secondo Zecharia Sitchin, in seguito all’interpretazione di testi sumeri, avrebbe permesso l’origine della vita sulla Terra. Secondo la teoria di Nancy Lieder, Nibiru sarebbe dovuto entrare in collisione con il nostro pianeta nel 2012. Teoria smentita dalle contingenze e contrastata dallo stesso Sitchin.

* E vui durmiti ancora: poesia siciliana di Giovanni Formisano, scritta nel 1910 e musicata da Gaetano Emanuel Calì. Incisa, per la prima volta, nel 1927.

 

CHANSON NOCTURNE

(Festa finita, Sandra Batoni)
(Festa finita, Sandra Batoni)

 

 

Pizzica la corda congedata e il volo dell’arazzo s’incunea tra rettangoli sbarrati. Pizzica la corda e batte la nota. Su una cifra annuale il tempo fugge. Raddoppia e avanza deteriorando oniriche frazioni.

4/8/0/2/1/5/3

Frastagliato si erge il vociare come d’un costone il profilo, acuto e spinoso. Frammentato. In cubiche contorsioni. Da palingenesi. Da anestesie. Il vociare rimbomba, il vociare.

“E se gli astri sorridenti si affacciano ai giocolieri e ai colori”

 

(Notturno, G.P.Dulbecco, 2009, )
(Notturno, G.P.Dulbecco, 2009, )

E, se.

Verso l’angolo, dietro il battente, indietro, si terrà il dubbioso carico di morsi e serpi in petto. Eppure pizzicherà la corda eppure batterà la nota.

“Eppure”.

Eppure a Ukok*riposa la regale distesa tra sete e nobili segni. Eppure destata ella riposa e riposerà nella magia dei morbidi segni. E se gli accordi e i canti si annodano ai passi d’una giravolta, altri accordi e altri canti lasceranno passare fiumi svuotando piene, riempiendo vuoti. Eppure i canti, eppure gli accordi, eppure pizzicata la corda in suono renderà le note germoglio, eppure, in doglianza e in estasi, il volo e il germoglio si estenderanno.

 

(Gelsomino notturno, Fabrizio Costanzo, 2010)
(Gelsomino notturno, Fabrizio Costanzo, 2010)

Goylì Goylà


* Principessa di Ukok, o Mummia dell’Altai, Siberia.

IN SPLEEN, WE TRUST

(Egon Schiele, Herbstsonne und Bäume, 1912)
(Egon Schiele, Herbstsonne und Bäume, 1912)

 

Si riparte dall’albero scomposto, sui fianchi aperti dal segreto silente vivono chiuse
porte che sparano singulti contro il soffitto /soffio/ ampio del treno. Note su rimbombi. Si riparte dall’albero scomposto. Sui fianchi aperti, lungo il sentiero limpido in giallo e grigio si ergono sagome trasmettenti. Mono trasmettenti. Mono riceventi. Autoreferenziali. Le tetra-motrici sono lombrichi dal ventre colmo. In giallo e grigio. Le cuffie isolano. Il silenzio è quel caos rimbombante solitudini. Le cuffie isolano dalle solitudini. Ogni isola, per sé ristagna. Ogni isola, per sé, incalza l’altoparlante. Le cuffie. Fuori dalla testa. Fuori, da quel capo. Dai balconi. Fuori. Si riparte dall’albero scomposto.

 

(Hopper, Seduti sull'auto)
(Hopper, Seduti sull’auto)

 

¶ Dove la rosa scarlatta giacque, lì rimase la purezza infranta.
Dove, la rosa scarlatta giacque?
Lungo il fiume. Ad un centimetro dalla folla.
In mezzo. La folla è l’esplosiva miscela a
cui è condannato il pigro.

(Nick Cave & Bad Seeds, Where the wild roses grow)
(Nick Cave & Bad Seeds, Where the wild roses grow)

 

Si riparte dall’albero scomposto. Dove hai dormito quella notte? Dove dormi quella notte eterna che chiami giorno? Dove? Le notti crollano al canto dei corvi. Sulla rena, si ammassano ergendo il cupo vessillo. Le spiagge non hanno granelli, sono foglie e sanno di autunno. Sono vive tra le argentee appendici. Sono gialle e grigie.
Toccare il potere dell’esistenza nel fogliame. Gialle e grigie. Giace in smunte albe, in suoni pallidi, per poi rigenerarsi nel silenzio dell’infiammante inflorescenza.


(Egon Schiele, dettaglio)
(Egon Schiele, disegni)

Goylì Goylà

LIVE AND LET LIVE

 

(Gustav Klimt, Morte e vita, 1908-1916)
(Gustav Klimt, Morte e vita, 1908-1916)

 

Le ballate accompagnano i ritmi del quotidiano incedere. A volte non sono ballate ma canti, altre non canti ma strumentale accompagnamento. Altre, pur volendo essere ballate o canti si rivelano suonate da ultima ora. Quel che appare evidente è che ciascuno ha la propria melodia e che questa varia di passo in passo, da bipede a bipede. E non sono decisivi colori o carte identificative, ciascuno ha la sua. E si sa. Tu lo sai. Io, tutti, lo sappiamo. Un volatile vorrà sempre vedere dove il vento lo costringerà ad atterrare. Tu lo sai, lui lo sa, tutti lo sappiamo.

“Ma siete sicuri che condurrà verso casa, il volo del volatile?” potranno chiedere. Se consideriamo che casa è dove sentiamo d’essere al sicuro, ogni luogo può e non può essere “casa”. Tu lo sai, lui lo sa, tutti lo sappiamo. E non c’è bisogno di dirlo. Ciascuno scende per la propria strada e ricorda le menzogne dei predecessori, degli attuali. I governi lo ricordano, tutti lo sanno, non pochi lo ricordano, pochissimi sono consapevoli. Sentirsi così soli e incolumi. Come un gabbiano in una città montana. Segue le correnti, spesso incoscientemente. Un volatile voleva cantare il blues e capire. E cantando, poter dire “Lo so”. Ma tutti lo sanno, loro lo sanno. Le case, le dimore, la sicurezza appartengono a chi è in grado di donarle… e mantenerle.

 

(Bombardamenti, 1943)
(Bombardamenti, 1943)

Un giorno potrebbe, un gabbiano meccanico, levarsi e decidere che non si è “degni” d’avere una dimora. Un giorno, quel meccanico gabbiano, alzandosi, potrebbe depositare il contenuto molesto del suo armato stomaco. Depositarlo come su Dresda. Come Hiroshima, Parigi, Beirut, Raqqa o qualunque altra. Ma tu lo sai, lui lo sa, tutti sanno che non dipenderà mai da qualcuno tranne che da “Loro”. Ma il loro volto non sarà mai bene identificato e a pagarne le spese, come sempre, come ogni volta, saranno i volti degli innocenti. Degli increduli. Di quelli che pensavano di sapere e invece non sanno.

E tu, loro, tutti penseremo di essere certi, ma la certezza è data solo dalla temporaneità. È fugace, non garantita. E dipenderà sempre da qualcun altro dal volto imprecisato. Ma nel dubbio generale, nel dubbio dei “perché”, allora, io, tu, noi che, forse, realmente non sappiamo, potremo mai chiederci, fino a quando?

 

(Inland Empire, David Lynch)
(Inland Empire, David Lynch)

 

Goylì Goylà

 

Con consapevole e piena autonomia intellettuale, questa rivista sostiene la Vita e chiunque per la Vita, pacificamente, lotta in solidarietà con i propri simili. Con consapevole e piena autonomia intellettuale, liberi da etichette e imposizioni massificanti noi siamo a fianco di chi quel fianco ha scoperto. Con consapevole e piena autonomia intellettuale, liberi da condizionamenti di sorta, scegliamo la via dell’innocenza e la difesa di chi difesa non ha.

(G.G.)

EVERYWHERE SHOULD BE THE PLACE: STORIA DI “ORGANI” E INDIFFERENZE

(il commento che leggerete nasce da un evento realmente accaduto all’interno di un istituto formativo italiano)

 

(clip from Fargo)

 

Ovunque potrebbe essere il luogo. Apparteniamo all’ovunque. Ovunque è il luogo in cui ciascuno può sentirsi a casa, ovunque è il luogo in cui una dimora può essere creata. Le cittadinanze sono strumenti politici indicanti grandezze. Di un’entità macroscopica fagocitante ogni condotta energetica dalle bipedi (e non) forme. Ogni entità[1], statale, burocratica, sistemica, lo dicevano già i romani, è un corpo[2]. E, come tale, necessita di elementi in grado di assolvere svariate, imprescindibili, funzioni. Dando come assunto il dato collaborativo, in un sistema, senza necessariamente considerare teorie organicistiche[3],  più elementi devono collaborare per il funzionamento dello stesso e, non scomodando moralismi, si considera, dunque, “doverosa”, se non altro per il quieto andamento del grande fagocita, la collaborazione.

Ma, se un corpo, diretto rappresentante, in piccolo, del più grande corpo-sistema al quale si appartiene. Se, dico, un corpo, inerte viene rinvenuto. Per operare un esempio, viene rinvenuto all’interno di una struttura formativa. Una struttura che ha il compito di creare menti, forgiare le professionalità, i professionisti, “gli uomini e le donne” di domani. Se, in una simile struttura formativa, educativa, viene rinvenuto un gracile corpo, inerte, lungo una zona di passaggio. E se tale corpo, in difficoltà, lì giace per minuti… e minuti superanti i 10, 15, 20. Se ciò accadesse e se quel corpo avesse un volto, un nome, un’identità. E se quella identità, in difficoltà, per 10, 15, 20 minuti avesse avuto il sospetto, il dubbio, di essere niente, di essere parte di quel pavimento in cui era stesa, di quella panca cui era poggiata, di quel niente che, eppure, è qualcosa di consistente.

(particolare locandina film Restless)
(particolare locandina film Restless)

Se quell’identità nell’indifferenza generale avesse percepito se stessa come una particella annichilita, priva di identificazione. Allora il primo grande fallimento del macroscopico corpo fagocitario si sarebbe realizzato. Significherebbe che ognuna di quelle parti, necessarie al macrosistema, non ritiene rilevante la collaborazione solidale tra le sue speculari (in quanto “strumenti”), differenti, unità conviventi. Il termine strumento è inteso, qui, nell’accezione classica, positiva di derivazione latina, da “instruere”, costruire. Se, dunque, la particella “strumento” non costruisce con il doppio compito di realizzarsi e realizzare ma con il solo, autoreferenziale, intento di affermazione personale, lo Stato, il sistema, perdendo l’entità collaborativa, perde significato, perde se stesso.  Non più una comunità politica di un popolo, ossia un agglomerato civile, luogo di molti che rende tali molti un insieme, quanto un participio passato. Una fase di inerzia. Un modo d’essere. Si spera temporaneo, si teme permanente. Stato come qualcosa che forse esisteva, stato come immobilità collaborativa. Poiché per quanto lo Stato sia macroscopico, per quanto sia un’entità “più grande” degli elementi che lo compongono, da elementi è composto e sono gli elementi a renderlo positivo-produttivo o negativo-distruttivo. Senza dimenticare che la distruzione politica (e si fa riferimento alla politeia, anima della città, interconnessa al corpo civico) dell’ente (qualunque ente strutturale) diviene autodistruzione, ingiustificabile suicidio di massa.

(Patrice Murciano, The Darwin´s preoccupations)
(Patrice Murciano, The Darwin´s preoccupations)

 

Goylì Goylà


[1] Si evita, volutamente, in questa sede di indagare le validità contemporanee degli assetti istituzionali, di analizzare forme di pseudo o para governo, di indicare “realtà” preferenziali di qualunque estrazione politica.

[2] Agrippa Menenio Lenato, 494 a.C., Apologo “Una volta, le membra dell’uomo, constatando che lo stomaco se ne stava ozioso [ad attendere cibo], ruppero con lui gli accordi e cospirarono tra loro, decidendo che le mani non portassero cibo alla bocca, né che, portatolo, la bocca lo accettasse, né che i denti lo confezionassero a dovere. Ma mentre intendevano domare lo stomaco, a indebolirsi furono anche loro stesse, e il corpo intero giunse a deperimento estremo. Di qui apparve che l’ufficio dello stomaco non è quello di un pigro, ma che, una volta accolti, distribuisce i cibi per tutte le membra. E quindi tornarono in amicizia con lui. Così senato e popolo, come fossero un unico corpo, con la discordia periscono, con la concordia rimangono in salute.”

[3] Organicismo, “dottrina filosofica, politica o sociologica che interpreta il mondo, la natura o la società in analogia ad un organismo vivente” (Wiki).

METROSPETTIVITA’: TO BE OR NOT ?

(Tower, N. Ceccoli)
(Tower, N. Ceccoli)

I fumi sporgono su linee orizzontali.

In estensione, verticali, s’ergono come propensioni visuali.

Finestriche. D’ante. O occhiali prospettici. Le umane persone godono d’ampi diritti, doverosamente prefissati, per dovere agiscono, per dovere si astengono, per diritto pretendono. Non ampi. Non tutti. Tra umanità vantate e umanità sepolte vi è ampia differenza, nel riconoscimento. Tra umanità vantata, sepolta e non attribuita, vi è distinzione. Non umana è persona con facoltà cognitive al di sopra “dell’animalesca norma”, non umano, ma persona, è orango e delfino. Ma, se non umano, cognitivamente avanzato e persona, è l’orango ed il delfino, come definire quel(l’individuo) umano dalle ordinarie facoltà e scarsa, o assente umanità?
Dubbi, domande da the-time.

(A friend in Need, C.M.Coolidge, 1903)
(A friend in Need, C.M.Coolidge, 1903)

Tisane, depurative, digestive per il pensiero. Con la facoltà che lo stesso, pensiero, diventi come gli spazi metropolitani. Collettivizzato. Lo spazio collettivo è aria condivisa, frammentata, equamente spartita. E se le impressioni di settembre scivolano tra pagine e gocce. Di memorie.

Gocce, lente e costanti. Se, la pioggia, risulta purificata, ingrigita. Allora, aspirare una metropoli conferisce percezioni.

(Alessandro Sanna)
(Alessandro Sanna)

Di auscultazioni parziali e multiple, quartieri mentali, labirinti dalle proporzioni variabili e le dimore, in esse immerse, aspiranti Arianne. Anime pulsanti. E queste, distinte. Da plurimi lampi, o fili. Finestre, o punti, di diversificate visioni. E visibilità. Osservare da un punto equivale divenire oggetto d’osservazione di mille e più punti. Che sono altrui e propri. Che sono finestre, fili, lampi, riflessi.

Specchi, di animi aspiranti l’azzurro.

 

(Cult stories, N. Ceccoli)
(Cult stories, N. Ceccoli)

Goylì Goylà